Antagonismi storici in Toscana

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In Toscana ci sono antagonismi conclamati fra alcune città che risalgono a fatti storici.

Fra i vari difetti – ma saranno poi davvero dei difetti? – che si attribuiscono ai toscani c’è quello di essere ossessivamente campanilisti.

Probabilmente questo risale ai tempi del medioevo quando fra Comuni limitrofi se le davano di santa ragione per un nonnulla.

Ma si potrebbe andare ancora più indietro nel tempo.

Le dodici lucumonie che costituivano la Dodecapoli etrusca erano riunite in una sorta di lega, ma in realtà non perdevano occasione di stuzzicarsi l’una con l’altra e di godere alquanto se la vicina subiva qualche perdita.

Tutto ciò al giorno d’oggi è ridotto solo ad un livello quasi di scherzo, ma vediamo come ebbero origine i tre antagonismi più radicati.

Il primo degli antagonismi: quello fra Firenze e Siena

E cominciamo col capoluogo.

A Firenze non è mai andata giù la sanguinosa sconfitta a Montaperti nel 1260 ad opera dei ghibellini senesi.

Si dice sia da allora che corra l’adagio fiorentino: “Siena di tre cose piena: torri, campane e figli di p….ane”.

Siena

Da allora ci sono state battaglie o piccole scaramucce in cui si sono visti anche episodi non propriamente eleganti.

Una volta i fiorentini catapultarono carogne putrefatte di animali all’interno delle mura di Siena, per esempio.

Mentre, d’altro canto, la disputa per la divisione dell’area del Chianti fu risolta in modo più cavalleresco, anche se viene raccontata con un certo sentore di derisione nei confronti dei senesi.

La questione fu definitivamente chiusa alla metà del ‘500, quando Cosimo I Medici conquistò sanguinosamente la città che intanto era diventata una ricca repubblica di banchieri.

Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno – è proprio il caso di dirlo – questo fu alla base del sorgere di una eccellenza toscana.

Molti ricchi fuoriusciti si rifugiarono a Montalcino e impiantarono i primi vitigni che avrebbero prodotto uno dei migliori vini al mondo, il Brunello.

Prato e Pistoia

Prato vanta dal 1100 circa una reliquia importantissima: la Sacra Cintola.

Secondo la leggenda è la cintura che la Madonna al momento dell’Assunzione in cielo consegnò a San Tommaso e che fu riportata dalla Terra Santa da un mercante pratese.

Ogni 8 settembre si celebra l’ostensione della Sacra Cintola dal Duomo di Prato

Al di là della questione di fede, quindi, era una forte testimonianza dell’importanza della città.

La storia vede tal “Musciattino”, al secolo Giovanni di ser Landetto da Pistoia, trafugare la reliquia il 28 luglio 1312.

Appena uscito dalle mura di Prato, però, nonostante la stagione – e qui si intravede l’intervento miracoloso della Madonna – si trovò avvolto da una fitta nebbia.

Vagò per un certo tempo, finché si trovò davanti a delle mura che era convinto fossero quelle di Pistoia.

Gridò, dunque, che gli aprissero le porte perché aveva da consegnare loro “la Cintola de’ Pratesi”.

Peccato, perché nella nebbia non si era accorto di essere tornato al punto di partenza e di trovare di conseguenza dentro quelle mura proprio i Pratesi.

Negli archivi comunali è documentato che fu catturato, processato sommariamente e condannato.

I Pratesi eseguirono prontamente la sentenza.

Gli tagliarono la mano destra, lo legarono nudo alla coda di un asino e lo trascinarono sul greto del fiume Bisenzio dove lo arsero vivo e buttarono i suoi resti nel fiume.

La punizione fu tremenda, perché il reato era stato “contro la riverenza di Dio e della beata Vergine Maria, e anche contro il bene pubblico, ed in pregiudizio del Comune e del popolo della Terra di Prato“.

Ancora oggi si nota sul fianco destro del Duomo verso il campanile una macchia a forma di mano di color sangue.

La leggenda narra che la folla inferocita abbia gettato verso la chiesa con forza la mano mozzata del ladro.

Infine, quello forse più noto fra gli antagonismi: Livorno e Pisa

L’astio si può forse fare risalire alla battaglia della Meloria del 1284, a seguito della quale iniziò il declino di Pisa come Repubblica Marinara ad opera di Genova.

Fino ad allora Pisa era sul mare ed esercitava tutta la sua potenza, mentre Livorno era un piccolo borgo di pescatori.

Da questo momento, anche per la mancanza, per motivi economici, di opere idriche adeguate, il porto – Porto Pisano – iniziò ad interrarsi, tanto che nel ‘300 gli stessi pisani fortificarono il porto da pesca di Livorno.

Poi arrivarono i fiorentini, ovvero i Medici, e decisero che a loro interessava più sviluppare Livorno, piuttosto che spendere soldi per recuperare il Porto Pisano.

Così, col favore mediceo e successivamente con le leggi particolari di fine ‘500 – le cosiddette Leggi Livornine – che promulgarono i Lorena, Livorno diventò uno dei porti principali sul Tirreno, nonché una grande città assolutamente cosmopolita ed aperta.

La Fortezza Vecchia, fortificazione del Porto di Livorno

A questo punto dobbiamo ammettere che anche un santo sarebbe schiantato di invidia!

Oddio, diciamo che in precedenza i Pisani si erano già guadagnati una certa fama, forse dovuta anche questa all’invidia per il loro successi commerciali.

Sta di fatto che l’origine del detto “meglio un morto in casa che un pisano sull’uscio” – a cui i pisani rispondevano serafici “che Dio ti ascolti” – si perde nella notte dei tempi.

Tutti, poi, sapete che il sommo Dante nel XXXIII canto dell’Inferno della sua Divina Commedia sbotta in una maledizione non da poco ai danni di Pisa.

Muovasi la Capraia e la Gorgona e faccian siepe ad Arno in su la foce” augurandosi che così tutti i pisani sarebbero affogati, evidentemente.

Concludendo

Non vogliamo negare che oggigiorno questi antagonismi spuntano di nuovo occasionalmente, specialmente in ambito calcistico.

In sostanza, vi abbiamo parlato di sei splendide città toscane, ricche di arte, di storia, di cultura e di tante altre qualità.

Vi preghiamo di considerare queste note che vi abbiamo riportato con spirito goliardico e, magari, con un sorriso.

Considerate che nulla tolgono al fascino di questi luoghi, anzi potrebbero contribuire a farveli conoscere meglio.

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