Arno, fiume antico

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L’Arno è il secondo maggior fiume dopo il Tevere fra quelli che scorrono nella parte peninsulare del nostro Paese.

La sua storia, specialmente quella più antica, è strettamente legata alle città che attraversa e ve ne vogliamo parlare brevemente.

Seguiamo dunque il suo corso dalla sorgente alla foce nel periodo medievale.

L’importanza dei fiumi

Forse la maggior parte delle civiltà è nata lungo un corso d’acqua.

L’acqua è una ricchezza basilare, ma con essa ci si deve rapportare, costruendo la storia in sintonia con questo tesoro.

Può accadere, quindi, che a volte un fiume abbia unito le popolazioni e a volte le abbia divise.

Alcune volte dal fiume è venuto prosperità salvo poi che non l’abbia distrutta proprio con la forza delle sue acque.

In ogni caso esso è sempre stato determinante per la vita che si è sviluppata lungo il suo corso.

Ne ha influenzato ogni aspetto delle attività che ad esso sono connesse, i legami con il territorio e il rapporto che si crea tra natura e società.

E questo è proprio il caso dell’Arno con due grandi città storiche: Firenze e Pisa.

Capo d’Arno, con la lapide su cui sono riportati i versi di Dante Alighieri

Il percorso dell’Arno

Per dirla in breve, nasce a Capo d’Arno a 1358 m.s.l.m sul versante meridionale del Monte Falterona e sfocia dopo 241 chilometri a Bocca d’Arno nel Mar Ligure (sì, avete letto bene: il Tirreno inizia a sud di Baratti).

Aggira i contorni del Pratomagno e dopo soli dodici chilometri, a 600 m.s.l.m., grazie a numerosi corsi d’acqua che lo raggiungono da qua e dal Casentino, ha già un regime di acque copioso.

La sua corsa verso il mare non avviene in tutta tranquillità.

Il suo regime è considerato torrentizio e questo è dovuto alla natura dei terreni in cui scorre.

Certi toponimi, come Valle dell’Imbuto o Gola dell’Incisa, la dicono lunga circa le difficoltà che trovava, almeno un tempo, sul suo cammino.

E più a valle c’era il Masso della Golfolina che sbarrava il passo.

E, una volta al mare, non trovava una situazione più facile, perché una barra di terra lo obbligava ad una serie di lagune e acquitrini che risalivano fino al Montalbano ad est.

Bocca d’Arno con una delle tipiche bilance

Gli Etruschi

Fra l’VIII e il V sec. a.C.  queste lagune erano riparate e quindi idonee alla realizzazione di piccoli attracchi.

Si pensa, infatti, che gli Etruschi creassero una serie di moli che costituirono l’embrione da cui nacque poi Pisa.

In queste lagune l’ambiente non era certo salubre e gli Etruschi, infatti, si insediarono in città-stato fortificate sulle alture.

A loro interessava raggiungere il porto di Spina sull’Adriatico, un importante centro marittimo diventato un nodo di scambio tra Grecia e Oriente con il nord Europa.

Avevano bisogno di un guado sull’Arno da cui raggiungere un valico appenninico che mettesse in comunicazione le lucumonie della dodecapoli in Etruria con la Pianura Padana.

Lo trovarono molto a est e lo controllarono poi da una collina su cui costruirono Fiesole.

La strada, da qua, risaliva le valli del Mugnone e del Sieve, attraversava il passo della Futa, e raggiungeva la Pianura Padana.

E questo itinerario era controllato da tre città fondate proprio per questo: oltre a Fiesole, anche Marzabotto e Bologna (l’antica Felsina).

I resti archeologici di Fiesole, etruschi e romani

I Romani

Agli Etruschi succedettero i Romani, si sa, e la situazione cambiò.

Riuscirono a realizzare ampie opere di bonifica ottenendo una notevole riduzione dei territori acquitrinosi, ottimizzando il territorio delle pianure.

Rimasero solo due piccoli laghi, quello di Fucecchio e quello di Bientina.

I Romani furono sempre dei grandi costruttori di strade e unificarono le zone a nord con quelle a sud dell’Arno.

Il fiume allora fungeva da via di collegamento tra il mare e l’entroterra.

Un sistema di strade lastricate attraversava le pianure bonificate assieme ad un articolato sistema di ponti.

Questo, indubbiamente, consentiva collegamenti più veloci e agevoli di quelli etruschi.

A sud del fiume c’erano la via Clodia, la via Aurelia e la via Cassia con le quali si collegava l’Arno che era navigabile dalla foce fino a Firenze.

Questa era l’ultima delle colonie romane, sorta all’altezza dell’antico guado etrusco.

Con questo si perfezionava il collegamento fra il mare Tirreno a ovest e l’Adriatico a est, attraverso gli antichi valichi degli Appennini.

Alla foce dell’Arno, su quelli che erano stati gli approdi etruschi, i Romani fondarono Pisa.

Diventò in breve un importante nodo di comunicazione marittimo, e non solo.

Infatti, rappresentava un crocevia tra il Tirreno e l’entroterra e, percorrendo la via Aurelia, fino a Roma.

Pisa romana era un centro commerciale di notevole importanza e offriva diversi ancoraggi.

La classica vista dell’Arno che attraversa Firenze

476 d.C.: cade l’Impero Romano di Occidente

Le pianure furono abbandonate perché meno sicure e così le opere di bonifica condotte dai Romani.

La natura riprese il sopravvento e il territorio attorno al fiume si modificò rapidamente.

Basti pensare che fino a questa data Pisa era un porto sul mare, oggigiorno ne è distante otto chilometri.

Si dovette aspettare il Mille per vedere un rifiorire generale.

Con il Mille e la ripresa degli scambi le città tornarono a nuova vita con il recupero di attività manifatturiere e di commerci.

L’Arno e i percorsi della via Francigena diventarono infrastrutture viarie importanti in quanto le paludi avevano reso impraticabile la via Aurelia che correva lungo la costa.

Ugualmente l’impaludamento della Val di Chiana rendeva difficoltoso il transito della via Cassia a sud di Arezzo.

Firenze ebbe la prima rinascita nel periodo comunale e Pisa tra il XII e il XIII secolo diventò una delle maggiori potenze marinare.

L’Arno da parte sua con il suo regime torrentizio spesso tracimava devastando la valle che aveva contribuito a rendere florida e popolosa.

Firenze e l’Arno

Indubbiamente Firenze deve molto al suo fiume.

Ma c’è sempre stato un rapporto di odio e amore.

Ai tempi dei Romani, l’Arno era navigabile dalla foce alla confluenza del torrente Affrico un po’ a monte rispetto alla città, quindi ottimo per i traffici in direzione da est a ovest e viceversa.

Ma per quelli fra il sud ed il nord il guado era un impiccio, così costruirono un ponte in legno.

Dopo il Mille la ex-colonia romana di Florentia (forse originariamente Fluentia, proprio per quel fiume su cui sorgeva) iniziò ad espandersi e a veder nascere delle attività produttive sulla sponda meridionale.

Firenze era tagliata fuori dai percorsi più battuti: la via Francigena era una grande arteria che passava molto più a ovest.

Si dovevano, quindi, incrementare le infrastrutture di cui la città disponeva.

I fiorentini, quindi, costruirono altri ponti per collegarsi con i quartieri oltrarno pieni di attività artigianali e produttive.

Si realizzarono anche delle pescaie e si sfruttò il fiume per far muovere mulini e gualchiere.

Il Ponte Vecchio

Ma, imbrigliato in simili pastoie, l’Arno non fu d’accordo.

E il 4 novembre 1333 (è curioso osservare che in un altro 4 novembre, quello del 1966, si ripeté questo tremendo evento) il fiume esondò in misura massiccia, allagando praticamente tutta la valle e provocando distruzione e morte.

Pisa e l’Arno

Anche Pisa, deve molto al fiume su cui si trova.

E anche per Pisa il fiume ha significato oneri e onori, gloria e dannazione.

Di positivo le ha dato la posizione strategica tra mare, specchi lagunari e corsi d’acqua che alle origini l’hanno caratterizzata rendendo il sito particolarmente favorevole agli insediamenti e agli attracchi protetti.

Questo ha significato l’affermazione sia come porto romano di primaria importanza per i traffici e per il controllo delle acque del Tirreno settentrionale sia come repubblica marinara.

Di negativo al fiume Pisa deve in parte anche la decadenza perché con i detriti e le continue esondazioni ne ha trasformato costantemente il litorale, allontanandola dal mare, interrando le lagune e gli ancoraggi.

Il suo Portus Pisanus accoglieva adeguatamente le triremi romane, e costituì per un lungo periodo il rifugio più sicuro lungo le rotte del Mar Ligure e del Tirreno settentrionale.

Forse fu il maggior porto fin dall’età etrusca, ma sicuramente lo fu dopo il Mille e il XII secolo rappresenta l’apice della città.

Porto Pisano assume una nuova grande importanza sia come scalo commerciale sia come tappa per viaggiatori e pellegrini diretti a Roma, a Gerusalemme, verso la Francia meridionale e Santiago di Compostela.

Una vista sull’Arno a Pisa, con Santa Maria della Spina

Da lì i commerci potevano essere assai estesi e attraverso corsi d’acqua e canali – allora il Serchio era un affluente dell’Arno – si arrivava fino a Lucca e a Firenze.

Poi la rivalità con altre repubbliche marinare, principalmente Genova, culminò con la sconfitta alla Meloria il 6 agosto 1284.

A questo si aggiunsero le mire espansionistiche di Firenze.

Piano piano la manutenzione del sistema portuale, che era stata una funzione importante, divenne sempre meno regolare.

A peggiorare la situazione ci furono anche le ripetute e periodiche distruzioni da parte dei vari eserciti invasori.

Lento e inesorabile fu quindi l’interramento dei canali d’accesso che resero il porto scarsamente utilizzabile e tagliarono fuori la città dai traffici più remunerativi.

Per finire…

Ci fermiamo qui, ma altro ci sarebbe da dire per arrivare ai giorni nostri.

Ormai questo antico fiume è considerato più che altro un soggetto da fotografia per i turisti, sia a Firenze che a Pisa.

Eppure avrebbe ancora tanto da raccontare.

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