Casentino, le leggende

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Luoghi impervi coperti di fitte selve hanno da sempre stimolato la fantasia dei popoli e il Casentino non fa certo eccezione.

Vi abbiamo già parlato delle leggende in Toscana e in particolare nel Mugello e in Lunigiana.

Oggi vi vogliamo narrare cinque leggende che aleggiano nelle lande casentinesi.

Il Diavolo in Casentino

L’impronta del diavolo

Allorché si decise di costruire una fortificazione sul Poggio di Ghianzuolo, avvenne che di notte veniva puntualmente distrutto tutto ciò che di giorno gli operai costruivano.

Si attribuì questo ad una presenza demoniaca ed un sacerdote suggerì di ricorrere ad un potente esorcismo.

Gli abitanti del luogo organizzarono così una processione per portare sul poggio una reliquia di San Niccolò.

All’improvviso si udì un urlo orrendo e si vide Satana sotto forma di caprone che, schiumando di rabbia ed emettendo fiamme sulfuree, scuoteva le rocce su cui doveva sorgere il castello come fossero di burro.

E in quella materia resa molle, prima di scomparire, il demonio lasciò l’impronta di un suo zoccolo ad un’altezza tale da non poterla oggi attribuire a un essere umano.

Così fu costruito il castello e oggi Castel San Niccolò è un borgo storico del Casentino conosciuto per la biennale della pietra lavorata e per poter fare stupende passeggiate in un paesaggio meraviglioso.

Nessie in Casentino

La Gorga Nera

A qualche chilometro dal Passo della Calla si trova un acquitrino dal nome vagamente inquietante: la Gorga Nera.

E qui è nata una leggenda che riecheggia quella di Nessie, il mostro di Loch Ness in Scozia.

Si dice che in seguito a delle misteriose frane si sia liberata una bestia mostruosa: il Badalischio.

I bene informati lo descrivono come un serpente grande quanto un uomo, con occhi rossi capaci di paralizzare e con un alito velenosissimo, praticamente letale.

Altri giurano che abbia come una corona in testa e che sia dotato anche di ali cartilaginee.

Vi suggeriamo di stare alla larga dalla località chiamata “Fossa del Diavolo” perché sembra sia la sua dimora abituale.

La Madonna del Buio

La statua lignea della Madonna del Buio

Questa leggenda è meno truce, anzi ha dei bellissimi particolari e si incentra sul Santuario della Madonna del Sasso a Bibbiena.

Si narra che all’inizio del ‘500 si pose una statua di legno della Madonna alla base del Sasso dell’Apparizione di Santa Maria.

Dopo qualche anno, i cittadini di Bibbiena chiesero di trasferire la bella statua nella loro chiesa di Santo Spirito.

Organizzarono una solenne processione e trasferirono la statua nella chiesa, ma la mattina dopo la trovarono di nuovo al posto di origine.

La riportarono a Bibbiena, ma, nonostante la sorveglianza notturna, la mattina successiva la statua era scomparsa di nuovo e trovarono delle impronte sulla neve che conducevano al Sasso.

Era dunque evidente che la Madonna non gradiva il trasferimento, quindi, fu definitivamente collocata nella cripta del santuario, notoriamente priva di luce, e da qui ebbe il nome di Madonna del Buio.

Il Vitello d’oro

Forse il vitello d’oro ha questo aspetto

Siamo a Vogognano in comune di Subbiano e da queste parti circola una leggenda che parla di un vitello a grandezza naturale realizzato in pietra e ricoperto interamente in oro.

Si dice che i nobili locali e i monaci templari di Camaldoli si trovassero a rischio di scorribande di non meglio precisati predoni o nemici.

Decisero quindi di fondere le loro ricchezze e di creare questa opera sotterrandola poi sotto le fondamenta del locale castello.

Ora su di esse si erge un grosso casale che si chiama, appunto, il “Castellaccio”.

E qui si sono viste continue incursioni di contadini locali e avventurieri forestieri senza che nessuno abbia mai ottenuto un minimo risultato, ovviamente.

Di conseguenza il Vitello d’oro è ancora lì che aspetta di essere rinvenuto…sotto a chi tocca!

Fra favola e leggenda: la Fata innamorata

Un aspetto dell’ Alpe di Catenaia

C’era una volta una fata…si potrebbe dire.

E i montanari di Catenaia di Casentino narrano che in un punto della montagna noto come il “Cardetto” ci sia una grotta in cui si rifugiava, appunto, una fata.

Che ci faceva lì?

Accadde che tanto tanto tempo fa sbocciasse un grande amore fra lei e un giovane contadino della zona.

Ma anche le fate soggiacciono agli incantesimi e lei appariva come una leggiadra fanciulla solo tre giorni alla settimana.

Negli altri aveva l’aspetto di un serpente ed in questa forma seguiva il suo amato strusciando nel solco che scavava col suo aratro per rimanergli vicino.

Un giorno il giovane dovette assentarsi e toccò a suo fratello svolgere i lavori nei campi.

Era stato avvertito di non importunare l’innocuo serpente che lo avrebbe seguito, ma quando questo si accorse che stava seguendo uno sconosciuto si dimostrò aggressivo e rimediò una badilata.

A causa di questo affronto la fata non riapparve più e l’innamorato tentò invano di rivederla.

Decise alla fine di aspettarla davanti alla grotta dove viveva e ci rimase fino alla fine dei suoi giorni.

In chiusura

Ricordo che mia nonna terminava sempre le favole con una frase che voglio ripetervi anch’io: “stretta è la foglia, larga è la via, dite la vostra che ho detto la mia”.

Ciaoooo!

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