Dante Alighieri, ghibellin fuggiasco

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Diciamo subito che Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante, non era ghibellino, ma guelfo, proprio nel più profondo dell’animo.

Ma accadde che i fiorentini, non contenti delle lotte fra guelfi e ghibellini, una volta dispersi questi ultimi, intesero bene dividersi in guelfi bianchi e guelfi neri.

E Dante era del colore sbagliato.

A quei tempi gli avversari politici, se proprio non si uccidevano, si cacciavano dalla città.

Per cui fu facile che nascesse fra i fuorusciti, fossero guelfi bianchi o ghibellini, una comunella per cercare di vendicarsi.

Quindi, Ugo Foscolo, creando la definizione “ghibellin fuggiasco” o prese un granchio o si giocò la carta della licenza poetica.

Le strade di Dante

Esiste più di un percorso di trekking per ripercorrere le strade che Dante calcò fra Firenze e Ravenna.

Per la verità errò molto.

Passò per la Lunigiana e arrivò fino a Parigi, oltre a frequentare alcune corti del nord Italia.

A noi interessa il periodo fra il 1307 e il 1311, che trascorse in Casentino ospite dei Conti Guidi.

Questi avevano tre castelli: Romena, Poppi e Porciano e Dante dimorò un po’ alla volta in tutti mentre si dedicava alla stesura dei canti dell’Inferno.

Con questa terra e con i suoi abitanti, come con gli aretini in genere, Il Sommo Poeta non fu sempre tenero e il suo busto che domina la vallata dal Castello di Poppi sembra farlo ancora presente.

Ebbe il primo contatto a Campaldino, nella sanguinosa battaglia che i ghibellini aretini persero con le truppe dei guelfi fiorentini e in quella circostanza confessa di avere avuto “temenza molta”.

Castello di Romena

Sarà per questo che apostrofò gli aretini con l’epiteto non proprio garbato di “botoli ringhiosi” e riservò il titolo di “brutti porci” ai casentinesi.

Non pago di questo, mise molti aretini nel suo Inferno, pochi nel Purgatorio e solo uno, San Romualdo fondatore dell’Eremo di Camaldoli, nel Paradiso.

Potete immaginare, quindi, con che animo un uomo orgoglioso come Dante da esule abbia dovuto abbassare il capo e ridursi a “mangiare lo pane altrui” proprio in Casentino.

I Conti Guidi

Erano Conti Palatini di Toscana con possedimenti oltre l’Appennino fino in terra di Romagna.

Quindi una famiglia molto potente e molto ricca e sicuramente generosa e mecenate.

In fin dei conti il cuore di Dante batteva per una fazione avversaria, ma furono ben felici di avere un così grande personaggio loro ospite.

Nel 1307 Dante arrivò al Castello di Romena accolto dei fratelli Alessandro, Guido Pace e Aghinolfo dei Conti Guidi.

Il castello era protetto da molte cinte murarie con tre torri e in una di queste c’erano le prigioni.

Il Castello di Poppi domina la valle

Avevano una singolare struttura a imbuto dove più gravi erano le colpe dei prigionieri più le celle erano sottoterra.

Esattamente come Dante ideò il suo Inferno.

Evidentemente il Poeta si trovò bene, perché fu qui che scrisse i più bei versi della prima cantica del suo capolavoro.

Conobbe la storia del falsificatore di fiorini Adamo da Brescia, catturato dai fiorentini ed arso vivo.

A Romena conobbe la moglie di uno dei Conti Guidi che era figlia del Conte Ugolino…tutte anime che incontra nel suo viaggio con Virgilio attraverso l’Inferno.

Dante a Poppi e Porciano

Il Professor Barbero ci ricorda che il castello di Poppi era noto come location di molti piaceri nobiliari, tanto da generare il detto: “stare come il conte in Poppi”.

Sembra che sia stato qui che Dante abbia scritto il XXXIII canto dell’Inferno.

Nel castello oggi si trova la Biblioteca Rilliana, dove è possibile osservare anche volumi della Divina Commedia risalenti ai pochi anni dopo la morte del Poeta.

Il Castello di Porciano

Sulla fine del suo esilio in Casentino, Dante stette anche nel Castello di Porciano a Stia.

È da qui che Dante scrive la lettera contro gli “scelleratissimi” fiorentini per invitarli ad assoggettarsi ad Arrigo VII di Lussemburgo durante la sua discesa in Italia.

Contemporaneamente esorta il sovrano a rompere gli indugi e a stroncare la resistenza di Firenze, incitandolo ad assalirla e a “schiacciarle il capo con il piede”.

Evidentemente il veleno verso Firenze, rea di avergli inflitto l’onta dell’esilio non si era ancora sopito.

C’è una leggenda secondo cui Firenze mandò un messo per catturare Dante.

Questi incontrò il Poeta per strada mentre si dava alla fuga, ma non lo riconobbe.

Alla domanda se il brav’uomo sapesse se Dante era a Porciano lui, in modo sibillino, gli rispose “Quand’io v’ero e’ v’era”, e proseguì nella sua fuga.

Il Casentino

Ora come allora siamo in una terra di luoghi spirituali, castelli, uliveti, foreste e campagna incontaminata.

Una parte preziosa dell’alta Toscana tutta da vedere e da scoprire.

Un aspetto della campagna in Casentino

L’animo sensibile di Dante, seppur esacerbato dalla sua triste situazione non poteva non apprezzare tutto questo.

E molti scorci del Casentino appaiono fra le righe della Divina Commedia.

Cita l’ Archiano – “Li ruscelletti che d’i verdi colli/del Casentin discendon giuso in Arno” – e lo stesso Arno: “quel fiumicel che nasce in Falterona” e cita la Verna, Camaldoli e il Pratomagno.

Si potrebbe quasi dire che Dante abbia amato il Casentino…magari un po’ a modo suo…

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