Gli inglesi hanno storicamente sempre amato molto la Toscana.
L’hanno amata al punto che a fine ‘900 per sentirsi più a casa loro la ribattezzarono “Chiantishire”, neologismo che abbiamo fatto nostro, come sapete.
Vediamo, quindi, perché la Toscana sia sempre piaciuta così tanto agli inglesi e quali personaggi di oltre Manica hanno lasciato le loro tracce in questa nostra regione dal Mille ai giorni nostri.
I motivi per cui agli inglesi la Toscana piace tanto
Gli inglesi si sono fatti spesso la fama di essere degli inguaribili romantici.
E sicuramente i paesaggi toscani sono molto romantici con i profili dolci delle colline e vigneti ed uliveti che si estendono a perdita d’occhio spezzati dai filari di cipressi.
Senza contare i tanti borghi medievali in cui si potrebbe muovere un Robin Hood, o un Ivanhoe.
Ma ci potrebbe stare anche un Re Artù, visto che noi la spada nella roccia a San Galgano ce l’abbiamo vera e tangibile e non a chiacchiere.
E mettiamoci anche il carattere.
Mediamente un toscano è più aperto di un nordico, senza essere invadente e caciarone come può talora accadere a latitudini più meridionali.
Senza contare che siamo portati a farci i fatti nostri, fatta salva, forse, una iniziale sana curiosità di conoscere cose e persone.
In buona sostanza, questo significa che rispettiamo la privacy dei nostri ospiti, cosa molto apprezzata dagli anglosassoni.
E poi in Toscana c’è tutto quello che si può chiedere alla natura.

Ci sono montagne, colline, campagne, foreste, spiagge, scogli, isole e isolotti in mezzo al mare.
Senza contare la storia, la cultura e le opere d’arte che tutti, e non solo gli inglesi, ci invidiano.
E il clima e l’enogastronomia credete che ad un inglese non interessino?
Gli inglesi illustri nel Medioevo
Il primo a lasciare traccia di sé in Toscana con un suo diario fu l’Arcivescovo di Canterbury Sigerico che fra il 990 e il 994 andò a Roma e se ne ritornò in Inghilterra.
Percorse, com’era naturale, tutta la via Francigena e per il tratto toscano troviamo nei suoi scritti apprezzamenti di ogni tipo.
Nella seconda metà del Trecento, poi, approdò dall’ Essex in varie corti italiane un capitano di ventura inglese.
Si chiamava John Hawkwood e diciamo subito che dai fiorentini non avvezzi alla loquela britannica fu ribattezzato Giovanni Acuto.
Prestò inizialmente i suoi servigi e le sue armi a svariati signori, spesso anche a quelli che si erano in precedenza trovati davanti alla sua spada.
Infine, si trovò bene con la Repubblica di Firenze e fu da questa molto apprezzato.
Ricevette la signoria di Montecchio Vesponi e possedimenti a Poggibonsi e a San Donato in Polverosa.
Morì nel 1394 a Firenze e fu sepolto con grandi onori in Santa Maria del Fiore, anche se poi re Riccardo II volle riavere le sue spoglie in Inghilterra.
Ma Firenze non lo dimenticò.
Commissionò nel 1436 a Paolo Uccello un suo ritratto equestre su cui campeggiasse la scritta “Joannes Acutus Eques Britannicus Dux Aetatis Suae Cautissimus Et Rei Militaris Peritissimus Habitus Est”.
…e in epoche più recenti
La potenza e gli interessi dei Medici arrivavano anche oltre la Manica e sicuramente anche nel Rinascimento ci furono inglesi che si trovarono a calpestare il suolo toscano.
Ma un flusso continuo e di alto livello non si sarebbe visto prima dell’inizio del XVIII secolo.
Già a fine Seicento era nata la moda per i rampolli di ricche famiglie europee di fare un “Viaggio in Italia” per la loro formazione culturale.
Ma fu all’inizio del Settecento che nacque il “Grand Tour” che includeva rigorosamente la Toscana e a cui presero parte numerosi inglesi di chiara fama.
Il primo a documentare il suo viaggio in Toscana fu Edward Gibbon.
Dopo di lui crebbe l’interesse per Firenze soprattutto grazie al Romanticismo e alle opere di John Ruskin che esaltavano l’arte di Giotto e di Masaccio.
Tanti inglesi cominciarono ad arrivare e a sistemarsi in Toscana non solo per le sue bellezze artistiche, ma anche per tanti altri motivi.

Si poteva vivere nel lusso a minor costo rispetto alla madrepatria, tanto per cominciare.
Il clima mite leniva malattie polmonari come asma e tubercolosi che invece in Inghilterra proliferavano.
E, last but not least, perché si facevano buoni affari esportando arte e artigianato locali.
Gli inglesi più illustri
Sembra che la presenza britannica a Firenze abbia raggiunto quasi il 30% della popolazione residente.
Era una comunità colta e sensibile all’arte in cui si trovavano mecenati e collezionisti.
Occupavano ricche dimore in centro e splendide ville con tenute nelle campagne toscane.
Costituivano un circolo di élite, si riunivano in esclusivi salotti culturali e amavano tutto quello che Firenze e la Toscana avevano da offrire loro.
Curiosamente la contaminazione linguistica sfociò in un idioma strano fatto di vernacolo con accento anglosassone che regalò loro un appellativo sagace con cui i fiorentini li definirono: “gli anglobeceri”.
Fra tutti spiccano ancora nomi come i coniugi Robert Browning ed Elizabeth Barrett Browning, oppure Lord Byron e Percy Bysshe Shelley.
Tre inglesi dell’Ottocento ancora presenti fra noi
Ma anche altri hanno lasciato i loro nomi tuttora ben scolpiti in Toscana.
John Temple Leader, per esempio, acquistò i ruderi del Castello di Vincigliata vicino a Fiesole.
Il castello risaliva al 1031 e nel 1345 era appartenuto agli Albizi, ma da allora era stato abbandonato.
Li restaurò secondo i canoni del “gothic revival” caro all’idea romantica del Medioevo che animava la comunità inglese.
Si atteggiava a signore rinascimentale ed ospitò perfino la Regina Vittoria.
E, giusto perché spesso agli inglesi si attribuisce una certa eccentricità, coniò pure una medaglia con la sua effige e la scritta “Johannes Temple Leader Vincigliatae Dominus”.
Oggi il Castello di Vincigliata, così come fu restaurato, è fruibile per l’organizzazione di eventi vari.

Un altro la cui presenza aleggia ancora a Firenze fu Henry Roberts.
Aprì la famosa Profumeria Farmacia Inglese nell’elegante via Tornabuoni ed inventò il “Borotalco” (vi dice nulla l’attuale ditta “Manetti & Roberts” o il “Neutro Roberts”?).
Il negozio originale con le sue attrezzature e i suoi arredi è fra i 57 “negozi storici” che il Comune ritiene intoccabili.
Avete mai visitato il Museo Stibbert?
Frederick Stibbert era figlio di un ricco inglese del Norfolk che aveva sposato una casentinese.
Il nonno era Generale Comandante della Compagnia delle Indie e Governatore del Bengala.
Fu lui a trasmiettergli la passione per le antiche culture orientali.
Studiò a Cambridge, ma alla morte del padre nel 1849 si trasferì con la madre e le sorelle a Firenze e fu un protagonista della vita culturale anglo-fiorentina.
Raccolse le sue collezioni nella sua Villa di Montughi ed alla sua morte le lasciò al Comune di Firenze che ne fece un museo tuttora molto visitato.
Nel Novecento
Due nomi spiccano sopra a tutti nel secolo scorso.
Il primo è l’architetto Cecil Pinsent, inglese nato a Montevideo.
Si stabilì a Firenze nel 1907 ed è stato forse il miglior interprete, lui inglese, del “giardino all’italiana”.
Ne realizzò numerosi per le ville dei suoi connazionali non solo a Firenze e nei dintorni, Fiesole e Bellosguardo, ma anche in Valdorcia.
L’altro è David Herbert Lawrence.
È noto per il suo “L’amante di Lady Chatterley”, ma fu scrittore molto proficuo e artista poliedrico.
Ebbene, a Firenze viveva a Villa Mirenda a Scandicci, località che allora si chiamava Casellina e Torri, e fu quell’ambiente ad ispirargli il suo capolavoro.
Non solo, per l’argomento trattato l’opera sarebbe stata sicuramente condannata dalla puritana censura inglese.
Quindi, provvide privatamente a farne una prima edizione limitata presso la tipografia Giuntina di Firenze.

Inglesi di oggi
Ma moltissimi sono ancora ai tempi nostri gli inglesi che hanno acquistato e ristrutturato casali e ville nella campagna toscana.
Alcuni ci abitano, stabilmente o saltuariamente, altri hanno iniziato attività turistiche o imprenditoriali.
Fra quelli più illustri c’è il mitico Sting che con la moglie Trudy ha acquistato la villa cinquecentesca de “Il Palagio” nei pressi di Figline Valdarno.
Oltre che destinare una parte della proprietà ad eventi vari, producono ottimi vini con etichette ispirate alle canzoni di Sting, come, una fra le tante, “Massage in a Bottle”.
Anche un’altra stella del firmamento canoro internazionale, Mick Jagger, viene spesso nella zona di Bolgheri, ospite dei Conti Della Gherardesca e complici i loro vini dell’Ornellaia.
Il versatile e pluripremiato attore Colin Firth ha fatto di più: ha sposato una senese ed ha preso cittadinanza italiana.
Tony Blair, ex primo ministro di Sua Maestà, ama fare le vacanze in Toscana e in particolare a San Gimignano.
E per finire, il “Cimitero degli Inglesi”
In Piazzale Donatello esiste un cimitero, definito “degli inglesi” che in realtà non ospita solo britannici.
Qualcuno lo ha descritto come “un’isola silenziosa che, con il fascino di altri tempi, si erge nel traffico dei viali di circonvallazione”.
Fu istituito nel 1827 su richiesta delle Chiesa Evangelica Svizzera per accogliere le spoglie di chi non era né cattolico né ebreo e che avrebbe dovuto, allora, essere sepolto a Livorno.
È grazie all’intervento del 1865 dell’architetto Giuseppe Poggi che abbiamo l’aspetto attuale.
Ed è un aspetto diverso da quello dei nostri soliti cimiteri.
Le sepolture sono disposte irregolarmente ed arricchite da statue e sculture varie.

Vialetti immersi in tante varietà di essenze arboree e arbustive salgono sulla montagnola su cui sono distribuite le tombe e rendono l’atmosfera serena e suggestiva.
Per quanto riguarda gli inglesi, il cimitero ospita personaggi come, fra gli altri, la poetessa Elizabeth Barret Browning e gli ultimi discendenti di William Shakespeare.
Bene, con questo pensiamo di avervi chiarito almeno un po’ il rapporto affettivo fra gli inglesi e la Toscana.
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