I cow-boys in Italia?

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Non si può pensare alla Maremma senza immediatamente abbinarci i butteri… Ma chi sono costoro?
La definizione più semplice da capire per chi non si intende di cavalli e mandrie è la seguente: i butteri sono i Cow-Boys italiani… o meglio maremmani.

I cow-boys e la sfida fra americani e italiani

Hai mai sentito parlare della sfida fra Buffalo Bill e i butteri? Sai come vestono i butteri e in cosa consiste il loro lavoro? Ti incuriosisce sapere cosa mangiavano e che strumenti usavano? Bene allora questo divertente articolo fra storia e vissuti di Maremma è perfetto per un pomeriggio di inizio primavera, mettiti comodo che ti racconto tutto!

Nel lontano marzo 1890, Buffalo Bill, al secolo William Cody, girava l’Europa con il suo spettacolo equestre che riscuoteva un gran successo. Quando venne in Italia, nella zona della Maremma laziale, anche alcuni butteri andarono allo spettacolo ovviamente in sella ai loro cavalli.
Così il mitico Buffalo Bill lanciò una sfida agli italiani scommettendo che non sarebbero riusciti a sellare e domare cavalli americani senza essere sbalzati di sella.
Perse clamorosamente la sfida forse per l’unica volta in vita sua, tant’è che andò via parecchio contrariato, senza peraltro pagare la scommessa. Quando tornò in Italia, non tornò mai in Maremma!
Butteri 1 – Buffalo Bill 0…

Chi sono i butteri

Il lavoro con le mucche maremmane

Ma chi sono questi butteri? I butteri erano i mandriani, i cow-boys appunto che dovevano lavorare in un terreno impervio negli allevamenti bradi di mucche e cavalli.
La Maremma era una terra di vasti spazi alternati a macchia mediterranea e paludi e ancora oggi alcune zone sono rimaste tali. Il buttero poteva raggiungere tutti gli animali in qualunque punto fossero solo a cavallo; i cavalli sono anche loro maremmani, robusti, intelligenti e frugali.
La parola buttero deriva dal latino e probabilmente ha il significato di “colui che pungola i buoi”.
Un lavoro antico, nato molto tempo prima che esistessero i cow-boys e che nei secoli è stato tramandato e affinato tanto da rendere i butteri il simbolo della Maremma. Il fascino del loro mestiere è rimasto vivo tutt’oggi nelle tradizioni di terra toscana ed alcune associazioni ne mantengono viva la memoria.
Solo in pochissime aziende alcune fasi del lavoro di allevamento vengono ancora svolte dai butteri a cavallo e sicuramente non con le dure condizioni di una volta.
I butteri che ancora fanno questo mestiere, o che mantengono vive le loro tradizioni, hanno i soprannomi come un tempo e come del resto usa in Toscana.
Alcuni esempi? Polverone, Manganello, Maestrale, Etrusco, Crostino e tanti altri. A questi si sono affiancati anche soprannomi femminili come: Zizzola, Grinta, Ombra, Tramontana … Oramai infatti ci sono anche i butteri al femminile che fanno vivere a grandi e piccini le emozioni di un mestiere antico.
Oggi in alcune fattorie vengono infatti organizzati degli spettacoli con i butteri; sono spettacoli di destrezza ed agilità in cui si vedono le fasi più affascinanti del loro lavoro.

I cow-boys italiani: il lavoro dei butteri

Nell’azienda agricola, fatta di tanti edifici fra cui stalle, magazzini e alloggi il capo indiscusso era il Fattore. Sotto di lui il Massaro che era a capo della gestione del bestiame e alle sue dipendenze c’erano i butteri.
Disciplina ferrea, i butteri partivano quando ancora era buio scegliendo prima di tutto il cavallo adatto al lavoro che avrebbero svolto quella giornata. Poi via tutto il giorno in sella a controllare, radunare o dividere i vari capi di bestiame, a volte nei vasti spazi della tenuta, a volte nei recinti.

Un guado passato con i cavalli bradi

Fra i vari lavori c’era la necessità di marchiare, dividere i vitelli dalle madri, dividere i maschi dalle femmine, stare attenti agli accoppiamenti, effettuare la castrazione dei capi… Ma non solo, c’erano da controllare le recinzioni, le vasche per le abbeverate, portare i capi in svezzamento nei pascoli migliori… Poi c’era il lavoro con i cavalli, scegliere e domare i puledri, e queste erano solo alcune delle attività quotidiane. Le varie operazioni variavano anche in funzione delle stagioni ma una costante era quella di stare quasi sempre fuori per giorni e giorni.

La vita del buttero

Ma cosa mangiavano i cow-boys – pardon – i butteri?
Nelle tasche della sella c’era la pagnotta, a volte del pesce essiccato o della carne tipo una salsiccia e altre volte un pezzo di cacio; per il resto i butteri si arrangiavano con quello che trovavano. La cicoria selvatica, ad esempio, la potevano trovare ovunque e la consumavano praticamente tutti i giorni. Saggezza popolare perché contiene vitamina C e quindi era una buona integrazione della dieta visti gli ambienti paludosi e soggetti alla malaria. Generalmente veniva fatto un solo pasto prima di mezzogiorno e poi di nuovo in sella fino a sera.
La compagnia fa sempre piacere e, se si trovavano fra colleghi, sicuramente parlavano della giornata trascorsa o delle famiglie lontane mentre cuoceva la famosa acqua cotta. A volte alla zuppa si aggiungeva un ovetto che qualche generosa gallina aveva regalato all’ultimo momento.

L’Acquacotta arricchita da un uovo

E quando faceva freddo? si scaldavano le ossa vicino al cavallo o alla taverna del più vicino borgo con un bicchiere di vino prima della nottata di veglia perché magari le bestie dovevano sgravare.
E quando potevano dormire, si buttavano su giacigli fatti di ginestre e frasche varie, spesso con il cielo per coperta, la testa appoggiata alla sella e il cappello a coprire gli occhi… proprio come abbiamo tutti sempre visto nei bivacchi dei film western.

Il vestiario e gli attrezzi del buttero

Ma come si vestivano i butteri? pantaloni di fustagno, ampi alle cosce e stretti al polpaccio per poterli mettere meglio sotto i gambali, scarponi da lavoro con gambali allacciati lateralmente (alla maremmana), camicia bianca senza colletto, panciotto e giacca sempre in fustagno. Sempre con il cappello alla maremmana di feltro e a tesa larga per proteggere meglio dalla pioggia. Poi c’erano i cosciali in cuoio da indossare per alcuni tipi di lavoro, l’impermeabile lungo e con lo spacco tale da piombar giù bene anche se si stava in sella.
L’impermeabile era in tessuto spalmato con olio di lino e veniva tenuto ripiegato nelle sacche dietro la sella. In inverno il pastrano era un cappotto lungo fino alle caviglie, pesante e con bavero ampio spesso con collo di volpe o di agnello e sempre con lo spacco lungo da consentire di montare e stare comodi in sella. I colori erano il nero, il classico colore verde foglia, il grigio scuro o un marrone terra.
Un attrezzo indispensabile da cui un buttero non si separava mai era il lungo bastone spesso ricurvo con cui pungolava i capi. Serviva anche per segnalarsi ordini con i compari o anche per aprire e chiudere i vari cancelli dei recinti.
Naturalmente non mancava mai un tratto di corda legata al pomello della sella con cui impastoiare un vitello o bloccare un animale un po’ più ribelle e mille altri lavori.

La sella dei butteri

E poi la sella: l’origine della sella alla buttera detta anche sella col pallino è sicuramente da una sella da lavoro spagnola o andalusa; robustissima e ben imbottita aveva staffe piccolissime in cui si infilava solo la punta dello stivale; è andata in disuso nel tempo. È stata sostituita da altri due tipi: la bardella e la scafarda.
La bardella è grande, molto confortevole, senza arcione e ha tre principali varianti: quella da doma, chiamata anche bardellone, la pregiata toscanella e, infine, la più spartana tolfetana. La scafarda deriva dall’uso militare ed è versatile, robusta e confortevole. Viene molto usata anche per il trekking equestre.
Le selle in generale e queste in particolare sono espressione di un’artigianato del cuoio ancora presente ed apprezzato anche fuori dall’Italia.

Le selle dei butteri: la scafarda a sinistra e la bardella a destra

I cow-boys maremmani fra ricordo e sogno

Vedere i butteri al lavoro è una fantastica esperienza che sa di avventura e di tempi andati ma che diciamocelo francamente ci ricorda il west e tutto quello che abbiamo immaginato da bambini quando si giocava a fare i cow-boys o almeno la mia generazione perché non so se usa più giocare agli indiani ed ai cow-boys…
Da piccola mi dispiaceva per gli indiani che a me già allora non parevano così cattivi, anzi… ma non resistevo a fascino di portare una pistola al fianco e di improvvisare per carnevale un mezzo giorno di fuoco cercando di tirar fuori la pistola dalla fondina (non riusciva mai così bene perché la fondina non era legata alla coscia…).
Ma anche se facevo il tifo per gli indiani, niente toglie che fossi affascinata da quello che facevano i cow-boys, ovvero usare i cavalli e domarli.
Così, combinazione volle che io abbia imparato ad andare a cavallo proprio in Maremma ad Alberese e che il primo cavallo che mi ha portato (perché era lui che portava me) era un maremmano enorme dalle zampone sicure e che si chiamava Barbagianni. Pensate che conservo ancora un suo ferro!
In quelle magiche sere d’estate con il cielo stellato per coperta e un fuocherello che serviva per gli occhi e l’anima non certo per il freddo, fantasticavo di viaggi a cavallo (che ho poi in parte realizzato) e non mi è stato difficile capire la fatica ma anche il gran senso di libertà di una vita all’aperto e a contatto con gli animali e la natura.
Ancora oggi la Maremma è tutto questo!

La campagna maremmana

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