Il Panno del Casentino

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Alle volte dalle cose nate per sbaglio viene fuori una moda ed è proprio il caso del Panno del Casentino.

Ed io sono un’appassionata delle cose che nascono per sbaglio… come si suol dire…si chiude una porta e si apre un portone.

Anche in questo caso, questo tessuto tinto male e finito sui mercati per essere svenduto, divenne in breve un simbolo della zona del Casentino e di un prodotto: il Panno del Casentino.

Il Panno del Casentino, le sue origini

Ma partiamo dall’inizio ossia dagli Etruschi che producevano già prima dei romani panni di lana fino ad arrivare al 1300 quando la cittadina di Stia pagava le tasse a Firenze addirittura con i propri panni di lana.

Ma qual era la caratteristica di questi panni?

Un particolare “ricciolo” ottenuto spazzolando la lana con una pietra, operazione che veniva chiamata “ratinatura“.

Con questo processo la lana diventa più morbida e soffice e al tempo stesso più resistente sia all’usura che alle intemperie.

Inoltre, il maggior volume crea un perfetto isolamento termico senza limitare la traspirazione.

Nel Rinascimento troviamo ancora il Panno del Casentino che in tinta “bigia” veniva utilizzato per cucire le tonache dei frati di Camaldoli e della Verna.

Poi nei secoli successivi lo ritroviamo come tessuto per cucire tabarri, mantelli e cappe ma lo richiedevano anche i barrocciai per coprire i loro cavalli.

Dalla fine dell’ottocento invece, si confezionavano i giacconi e i cappotti maschili con la lana col ricciolo e nei due colori classici, l’arancio e il verde.

L’indimenticabile Audry Hepburn in “Colazione da Tiffany” indossava un soprabito in Panno del Casentino

I modelli con martingala e collo di volpe erano perfetti ed eleganti per montare a cavallo e per la caccia alla volpe.

Bettino Ricasoli, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini avevano nel loro guardaroba un cappotto di casentino.

Perché ho allora parlato di errore?

Perché l’arancione non fu voluto ma si trattò di un errore di tintura con un uso sbagliato della rubia (un colorante vegetale) che invece di dare un rosso vivo, virò in questo particolare punto di arancio.

Mi piace pensare che una volta svenduto dalla manifattura e portato sul mercato da un furbo mercante, la sua bravura di imbonitore e la voglia di innovazione di qualche comare fecero da scintilla e partenza per una nuova moda.

Poi il passaparola fece il resto.

Ai giorni nostri

Stia e Soci sono i principali centri di produzione del Panno del Casentino.

Il museo del Panno del Casentino

A Stia c’è anche il museo di questo tessuto.

È all’interno dello storico lanificio (dal 1985) ristrutturato grazie alla fondazione Luigi e Simonetta Lombardi.

In questo storico lanificio si producevano gli abiti militari di Casa Savoia e per un certo periodo anche le divise dei soldati italiani.

Gli oggetti più interessanti secondo me sono quegli strumenti di lavoro dai nomi strani come lo “scardasso“. 

È costituito da due tavolette di legno cui sono fissati molti denti uncinati di acciaio.

Poi abbiamo la “lupa cardatrice” e la “cantra“, una batteria di rocchetti disposti in modo da consentirne lo srotolamento in modo agevole.

In tempi più recenti si fa la pettinatura usando macchinari che hanno spazzole dai denti d’acciaio ma il risultato della ratinatura non cambia. 

Il Panno del Casentino è un’icona del made in Italy, una stoffa di pura lana, un prodotto unico che si contrappone ai materiali e tessuti ipertecnici e che si esporta in tutto il mondo!

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