La Via Francigena: Abbadia a Isola

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La Via Francigena (o Romea, a seconda della direzione in cui la si percorreva) non fu solo luogo di passaggio per pellegrini o mercanti o soldati.

In realtà su questa autostrada ante litteram passò tutta la vita medievale intesa nel suo più pieno significato

Infatti, l’uomo del Medio Evo era in realtà un grande viaggiatore.

Non disponeva di beni economici, per cui era facile e necessario per lui inseguire il lavoro dove lo poteva trovare o cercare la terra più fertile da coltivare.

Quindi, si potrebbe dire, inseguiva l’avventura.

Dall’ Arco dei Pellegrini si vede la splendida facciata romanica dell’Abbazia

La Via Francigena, quando inizia

Storicamente si dice fosse Sigerico, Arcivescovo di Canterbury, il primo che utilizzò questa strada per recarsi fra il 990 e il 994 a Roma.

Impiegò più di due mesi per percorrere 1600 km e tenne un accurato diario del suo viaggio.

Questo divenne la guida per pellegrini e viaggiatori in genere che volevano andare a venerare il luogo in cui i romani avevano martirizzato Pietro e Paolo.

Ma il percorso si rese utile anche per chi proseguiva oltre la Città Eterna per andare ad imbarcarsi per la Terra Santa nel periodo delle Crociate.

Sicuramente questa importante via di comunicazione rappresentò l’integrazione fra spiritualità e cultura fondate sui valori cristiani.

Viandanti, mercanti e soldati che attraversavano tante aree diverse diventarono inconsapevolmente dei mediatori culturali non di poco conto.

Questo favorì lo sviluppo dell’Occidente a partire dal XII secolo.

Si ebbero scambi commerciali, attività finanziarie e manifatturiere che fanno parlare oggi di un’economia medievale a raggio mondiale.

L’austero interno dell’Abbazia

La Via Francigena ad Abbadia a Isola

Sigerico, ritornando in Inghilterra, elencò anche 80 località – le “mansio” – in cui poter fare tappa perché attrezzate per accogliere i viandanti in modo adeguato alle loro molteplici necessità.

La 16a tappa era al Castello di Borgonuovo a tre chilometri da Monteriggioni.

Gli Etruschi frequentarono questa zona fin dal IX sec.a.C., come dimostra la famosa e ricchissima tomba dei Calisna Sepu.

Dopo la visita dell’alto prelato inglese, la Contessa Ava, vedova del signore di Staggia e Val di Strove, nel 1001 fondò il Monastero di San Salvatore.

Costruì l’opera in un sito altamente strategico, all’incrocio dei territori di 4 comuni: Firenze, Fiesole, Siena e Volterra.

L’area era acquitrinosa e malsana e la costruzione fu realizzata sull’unico rilievo che si ergeva lievemente sulla palude circostante…come se fosse su un’isola.

Questi centri religiosi, a quei tempi, avevano anche – e forse soprattutto – lo scopo di concentrare una notevole potenza economica e politica.

Il lato del monastero

Poi, nel XII secolo fu edificata una bellissima Abbazia che fu co-dedicata ai Santi Salvatore e Cirino.

E così siamo arrivati a sapere perché la località si chiama “Abbadia a Isola”.

La sua storia in breve

Durante l’XI secolo continuò l’espansione del complesso monastico che si arricchì di terre e castelli, così da aumentare il controllo sui territori lungo la Via Francigena.

Fra il 1050 e il 1100 furono anche realizzati lo Spedale e lo xenodochio.

Nel periodo in cui fu costruita l’Abbazia, si era ormai costituito un borgo fortificato con mura, porte e torri di difesa.

Ma fra il XIII e il XIV secolo questa potenza monastica iniziò a soffrire del crescente potere dei Comuni, primo fra tutti quello della vicina Siena.

Così si incominciarono ad avere i primi segnali di decadenza e nella prima metà del XV secolo i monaci benedettini lasciarono il complesso.

Successivamente Siena annesse l’Abbazia al Monastero di Sant’Eugenio e rimase attiva solo come chiesa parrocchiale.

L’ultimo atto si consumò nel 1554 quando venne meno anche l’importanza militare e tutto diventò un anonimo borgo rurale.

E arriviamo a oggi

Un angolo del borgo che circonda l’Abbazia

Dal parcheggio lungo la strada che viene da Monteriggioni, si passa sotto l’Arco dei Pellegrini e ci si schiude davanti l’Abbazia in tutta la sua magnificenza.

Le austere linee romaniche introducono ad un interno a tre navate che corrispondono alle tre absidi.

La chiesa è unita al monastero da un loggiato a due piani con otto arcate irregolari in laterizio poggianti su colonne qualcuna in pietra qualche altra in mattoni. 

Attorno è ancora integra la struttura dell’antico borgo e pure quella dello Spedale.

Se avrete la fortuna di visitarla in un momento di quiete, vi renderete conto della serenità e dell’austerità che vi regna.

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