Leggende in Toscana

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Le leggende suscitano sempre un fascino innegabile e una terra antica come la Toscana, ricca di luoghi in passato poco accessibili e quindi misteriosi ne è particolarmente ricca.

Fra selve, monti e sentieri isolati era facile immaginare che potesse succedere di tutto…e, se non succedeva, era altrettanto facile immaginarlo.

Questo vuole essere il primo argomento di un trittico in cui parleremo anche di sagre e di rievocazioni storiche.

L’inverno si avvicina ed è il momento propizio per raccontare leggende stando nel “canto del fuoco”.

Se è così, vi consiglio di procurarvi un cartoccio di caldarroste e un bel bicchiere di buon sangiovese.

E fra una leggenda e un’altra potrete anche programmare la partecipazione a sagre e rievocazioni nelle stagioni più calde.

E questo piacerà a grandi e a piccini.

Leggende, le origini

Luoghi come questo stimolano la fantasia

Come ho detto, la Toscana ha moltissimi luoghi che per la loro posizione strategica hanno visto sorgere dei castelli o dei borghi che erano quasi sempre isolati sulla cima di qualche altura.

Molta superficie della regione era coperta da fitti boschi in cui trovavano rifugio e sostentamento delle comunità il cui operato non poteva essere controllato facilmente.

Più in basso vi erano vaste aree acquitrinose e di conseguenza poco popolate.

Dove non arriva la conoscenza – si sa – galoppa la fantasia e così nel tempo avvenimenti che avevano avuto un’origine e uno svolgimento logici e naturali venivano arricchiti da situazioni immaginarie che lasciavano spesso spazio all’orrido e altre volte alla più pura inventiva.

Si dice che le leggende nascono sempre da delle verità, ma il fatto che della stessa leggenda esistono spesso più versioni conferma che in tanti vi hanno successivamente aggiunto del proprio.

Di quali leggende vi parleremo

Non vogliamo insultare il vostro bagaglio di conoscenze raccontandovi cose lette e rilette un po’ ovunque.

Non vi parleremo quindi del Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano o del perché la Spiaggia dell’Innamorata all’Isola d’Elba si chiama così.

Come non vi parleremo della prima, vera italianissima “Spada nella Roccia” di San Galgano.

Cercheremo qualche perla un po’ più rara in alcune delle zone toscane più vocate alle storie oscure come il Mugello, la Lunigiana e la Maremma.

Leggende in Mugello

Il Sasso di San Zanobi

Il Sasso di San Zanobi

Il Sasso di San Zanobi si erge scuro, isolato ed appuntito, assolutamente diverso dalle arenarie chiare dei dintorni.

Come è finito lì?

Si racconta che il diavolo si fosse un giorno stancato della continua attività di San Zanobi che allontanava da lui tante anime.

Così arrivò a proporre al santo una prova impossibile, con l’intesa che chi l’avesse vinta avrebbe avuto tutte le anime dei montanari.

La prova era questa: dal fondo valle bisognava portare dei massi enormi, giganteschi, fino in cima al crinale.

Il diavolo partì con un gran macigno, ma San Zanobi, che aveva dalla sua l’aiuto di Dio, andava più veloce e con un masso assai più grosso tenuto solo col dito mignolo.

Quando il santo sorpassò Lucifero, questi per non cadere dovette gettare il suo sasso che si frantumò in tanti pezzi e il Sasso della Mantesca si dice che sia uno di questi.

Il santo invece arrivò tranquillo sulla cima e posò tranquillamente il masso che ora si chiama, appunto, il Sasso di San Zanobi.

La storia dell’Osteria Bruciata

Un luogo così non può non infondere una certa inquietudine

Questa è un po’ truculenta.

Nell’antichità viaggiare non era sempre una cosa tranquilla.

I viandanti più di chiunque altro erano facilmente a rischio di aggressione.

Erano lontani da casa, non avevano cellulari e non potevano comunicare a familiari e amici dove fossero, quindi era praticamente impossibile denunciarne la scomparsa.

Di conseguenza, boschi e montagne erano infestati da banditi e tagliagole e ogni rapina finiva regolarmente con l’eliminazione di tutti i testimoni.

Trovare quindi inaspettatamente una locanda sul proprio cammino, era fonte di gioia, sollievo e gratitudine per la buona sorte.

Si pensava che per quel giorno il viaggio finiva bene, e invece a volte era proprio all’osteria che scattava la trappola.

Il paesaggio in cui si snoda la Via degli Dei

Si racconta che lungo l’antica strada che congiungeva il Mugello alla Pianura Padana – quella che oggi è chiamata la Via degli Dei – vi fosse un’osteria che aveva una trista fama.

I viandanti che vi trovavo rifugio nottetempo venivano uccisi e cucinati per gli avventori del giorno seguente.

In questo modo la dispensa della “struttura alberghiera” non era mai vuota.

Un giorno un viandante riuscì a fuggire dall’osteria e corse a denunciare gli albergatori assassini.

A quei tempi la giustizia era spesso sommaria e non meno violenta dei criminali che perseguiva: l’osteria fu bruciata e demolita pietra su pietra e i gestori subirono una sorte adeguata ai loro misfatti.

Si ritiene che questa leggenda sia molto antica.

Infatti, già in una mappa della zona risalente al ‘500 i ruderi erano chiamati “ospedaletto rovinato”.

E sulle guide del tempo si legge che l’albergo era stato incendiato e distrutto perché sede di delinquenti non meglio specificati.

Leggende in Lunigiana

L’origine del nome dei Malaspina

Il Castello Malaspina a Fosdinovo

Secondo alcuni storici, la famiglia dei Malaspina sarebbe nata verso il XIII secolo dalla casata longobarda degli Obertenghi.

Per altri ha un’origine molto più antica, che risale addirittura ai tempi dello splendore della città di Luni.

Una leggenda, infatti, narra di Teodoberto re dei Galli che mise a ferro e fuoco ogni paese che trovava lungo il suo cammino fino ad arrivare alla ricca città di Luni.

Non riuscendo a sgominarla, propose una pace fasulla con l’unico scopo di farsi aprire le porte.

Una volta entrato a Luni, cominciò una terribile strage e la notte gli apparve in sogno Sant’Ambrogio che gli disse: “Pagherai, o avvoltoio, per ciò che hai fatto!“.

Passato del tempo, Teodoberto era a caccia nella selva di Fosdinovo insieme ad Accino, figlio del re di Luni, e si perse. 

Decise di fermarsi un attimo per riposarsi ma Accino si avvicinò a lui di soppiatto, prese una grossa spina e la introdusse nell’orecchio di Teodoberto fino al cervello, uccidendolo.

L’Imperatore Giustiniano esaltò l’impresa di Accino, lo nominò marchese e gli consentì di cambiare il cognome in Malaspina, per ricordare l’impresa che aveva compiuto.

Il tesoro nascosto di Sassalbo

Sassalbo

Su un monte vicino a Sassalbo, ci sono ancora i resti di un antico castello costruito a strapiombo sul torrente Raveggio.

Si dice che lì vivesse un signorotto di origini straniere che dominava tutto il paese e dintorni.

Era un uomo prepotente e malvagio, trattava male i sudditi ed era spietato con i nemici.

Un giorno durante una caccia, qualcuno gli sparò e lo uccise.

Data la sua cattiveria, nessuno lo pianse.

Gli abitanti iniziarono a pensare di impadronirsi del tesoro che si credeva giacesse nascosto in grosse pentole nei sotterranei del castello.

In molti addirittura se le sognavano le pentole, piene d’oro e di gioielli con rubini, diamanti, zaffiri o smeraldi.

Questo faceva gola a tutti, ma tutti ne parlavano sempre sottovoce e in gran segreto.

Si diceva infatti che i tesori nascosti sottoterra fossero di proprietà del demonio e che questi avrebbe punito orribilmente chiunque se ne fosse impadronito.

… qualcuno tentò il colpaccio

Una sera, tre amici ritrovandosi nella solita osteria, decisero di andare alla ricerca del tesoro, ma tutto doveva avvenire nel massimo segreto.

Non solo per non avere altri contendenti ma soprattutto per sfuggire al demonio.

Quindi, si mossero a notte fonda, per non essere visti e scoperti da nessuno.

Muniti di attrezzi, si recarono ai piedi della torre e cominciarono a scavare, attenti a mantenere il più assoluto silenzio.

Dopo un po’ che scavavano, uno dei tre scese nella buca per controllare.

Gli altri due sentirono un tintinnio, rimasero per un attimo esterrefatti, poi si abbracciarono e in silenzio tirarono su la prima pentola.

Una volta tolto il coperchio, trovarono tantissimi gioielli e monete d’oro.

Ma ecco che in lontananza, videro un gregge di capre seguite da un grosso caprone nero e zoppo che faceva molta fatica per raggiungerle.

Uno degli amici, nell’euforia del momento, dimenticò ogni precauzione e gridò al caprone di rinunciare a seguire le altre capre, perché tanto non ce l’avrebbe mai fatta.

Ma non aveva ancora finito di parlare che una tromba d’aria li scagliò tutti lontanissimo e i loro compaesani li ritrovarono tutti morti.

E, naturalmente, della pentola recuperata non c’era traccia alcuna.

I più asseriscono che il caprone zoppo fosse il demonio, altri lo ritengono la reincarnazione diabolica del signorotto assassinato.

E infine quelle in Maremma

Fra le leggende, tante, che circolano nella vastità della Maremma Toscana vi proponiamo queste:

L’Olivo della Strega

L’ Olivo della Strega a Magliano

A Magliano c’è un olivo la cui età è stata stimata – col sistema del C14 – intorno ai 3000-3500 anni. 

Ancora più vecchio degli olivi dell’Orto del Getsemani, quindi.

Le sue dimensioni sono davvero da record, basti pensare che il fusto ha una circonferenza di ben 8 metri e mezzo e che la sua altezza arriva a 10 metri.

È chiamato l’Olivo della Strega.

È inevitabile che in tutto questo tempo sulla sia esistenza se ne siano inventate di tutti i colori.

Secondo antiche leggende tramandate dalla tradizione orale popolare, intorno all’albero si consumavano riti pagani e, dopo l’invocazione dei sacerdoti, l’olivo si contorceva in modo incredibile assumendo forme inquietanti tanto che la cosa era considerata una specie di stregoneria ed anche per questo era conosciuto con quel nome.

Si narra, poi, che durante il Medioevo le streghe di Maremma si ritrovavano ai piedi di questo olivo per evocare il diavolo con i loro sabba.

Ma la leggenda più diffusa narra di una strega che ogni venerdì, durante i suoi riti sabbatici, danzava intorno all’olivo, costringendo la pianta a contorcersi per controllare quello che stava facendo.

E finì così per assumere le forme attuali. 

Al termine del rito la strega si trasformava in un enorme gatto dagli occhi di fuoco e rimaneva a vegliare l’albero tutta la notte, lanciando lugubri miagolii.

Si racconta anche che un’altra strega, per proteggere la pianta, una volta lanciò delle olive, dure come sassi, contro un ragazzo che aveva scagliato una pietra contro un pettirosso nascosto fra i rami dell’albero.

Ma la leggenda più popolare tra gli abitanti della Maremma è quella che narra che l’olivo si mise a produrre fagioli al posto delle olive.

Le meduse di Alberese

La spiaggia di Alberese

Si narra che una leggiadra fanciulla di nome Narba spesso camminasse triste e solitaria sulla spiaggia di Alberese.

Era solita coprirsi il viso con un ombrello di foglie per sfuggire ai raggi del Sole

Il Sole si offese e in ogni modo tentava di penetrare attraverso le foglie per vedere il volto della ragazza.

Il Maestrale si accorse della rabbia del sole e iniziò a prendersi gioco di lui.

Invano tentò di far volare via l’ombrello per svelare il volto della fanciulla. 

Libeccio, che aveva osservato la scena divertito, iniziò a soffiare con potenza, tanto da far volare via la copertura di foglie e far cadere Narba in mare.

Il Sole, perfido e vendicativo, lasciò che la ragazza si inabissasse.

La Luna, mossa a compassione, la fece riaffiorare e le regalò un po’ del suo chiarore. 

Intrecciò con i suoi raggi un ombrello per difenderla dal sole a cui il dio del Mare aggiunse le sfumature delle sue acque.

Narba divenne così la medusa dal grande ombrello, da cui discendono le meduse opalescenti e luminose che si vedono nuotare vicino alla spiaggia di Alberese.

Concludendo

Storie e leggende hanno sempre affascinato le persone che immaginiamo viandanti riuniti attorno al fuoco di un bivacco dopo una giornata di duro cammino.

Noi magari ci riuniamo davanti alla televisione dopo una giornata di noia in ufficio, ma ci piace ugualmente ascoltarle e raccontarle ad amici e familiari.

La gente cambia, ma certe cose rimangono.

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