Maremma amara: la sua storia in breve

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Maremma amara, si diceva popolarmente della regione costiera che dal Fiume Cecina arriva fino al Fiume Chiarone.

Comprende anche vaste aree interne fino al Monte Amiata e alle Colline Metallifere.

Vediamone un po’ di storia, che non è mai stata facile.

Fattoria “La Parrina”, vicino a Orbetello. Risale agli inizi dell’ottocento

Maremma amara, a quando risale?

La Maremma ha avuto sempre una storia travagliata.

Le prime tracce umane si fanno risalire alla fine del Pleistocene nel periodo Quaternario.
Si trattava probabilmente di gruppi di cacciatori neandertaliani, attirati dalla ricca fauna preistorica.

Infatti, gli archeologi hanno rinvenuto in molti siti di questa regione resti fossili di orsi, cervi, linci e perfino di tigri ed elefanti.

E si sono trovate anche pietre di selce lavorata, punte di arpioni e attrezzi primitivi vari.

In epoche più documentate questa terra è sempre stata divisa: prima fra Etruschi e Romani, poi fra Longobardi e Stato Bizantino, successivamente fra Granducato di Toscana e Stato Pontificio ed attualmente fra Toscana e Lazio.

Senza contare le lotte fra i vari Comuni o Repubbliche in periodo medievale e rinascimentale.

Ma perché la Maremma fu sempre contesa?

La Maremma era interessante per le sue miniere e le vaste pianure in cui impiantare allevamenti di ogni genere.

Il problema fu da sempre la struttura del terreno.

La tendenza ad impaludarsi era ben nota fino dal tempo degli Etruschi.

Essi furono forse gli unici che sull’ormai scomparso Lago Prile riuscirono a sviluppare floridi commerci.

Oggi di quel lago – salmastro perché in comunicazione col mare – rimane solo la palude di Diaccia-Botrona, oasi nauturalistica del WWF.

Per i romani la “Maritima Regio” – da cui l’appellativo “Marittimo” di tanti borghi che non sono sul mare come Rosignano, Campiglia, Massa ed altri – era anche strategica per le comunicazioni con il nord.

Ma tutti, sempre, hanno dovuto lottare con le paludi che si formavano.
Ma non solo, anche con la perdita di capi di bestiame per le esondazioni di fiumi senza argini e, infine, con la malaria.

Tutte le popolazioni che sono passate su queste terre hanno dovuto lottare aspramente con l’ambiente, perfino con più di una invasione di cavallette.

Ma ha sempre vinto la Maremma.

Braccianti al lavoro su un’opera di bonifica in una foto d’epoca

Maremma amara, si può ancora chiamare così?

Nemmeno i Medici, dopo gli Aldobrandeschi, riuscirono a risollevare l’area dall’impaludamento delle coste e dalla malaria.

Ci vollero i Lorena che dettero il via ad una bonifica totale e ben progettata portata avanti dopo di loro fino al ‘900.

Così grazie a braccia robuste, chinino e, successivamente, ruspe e idrovore la Maremma oggi è una regione stupenda, godibilissima e ricercata da italiani e stranieri.

Tutto sommato sempre una grande terra.

Ha dato i natali sia a una grande Papa, Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Sovana, che a grandi briganti come Domenico Tiburzi, il Robin Hood maremmano.

La Maremma amara è ormai un ricordo con, se vogliamo, un forte valore culturale che non va dimenticato.

Tradizioni ed usi maremmani si ritrovano fino in Casentino.

La Scottiglia, detta anche “Cacciucco di terra”

Un esempio per tutti: la prelibata “scottiglia”, piatto di origini contadine oggi tipico delle due aree.

Questo era dovuto allo spostamento nei due sensi di greggi e uomini alla ricerca di lavoro e, in genere, di un’esistenza più vivibile.

Ci rimane una cultura popolare che ci parla, in una canzone – “Maremma Amara”, appunto – dovuta ad un anonimo dei primi dell’800 ma nata forse ancor prima, della Maremma della malaria, del lavoro stagionale malpagato, degli stenti e delle sofferenze che caratterizzavano la vita in queste terre fino a non moltissimo tempo fa.

Molti l’hanno riproposta in tempi anche recenti, perfino la Regina del Fado, la grande Amalia Rodrigues che ne ha reso una versione particolarmente struggente e toccante.

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