Mestieri di altri tempi

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Sono molti i mestieri che non si praticano più per le strade.

Alcuni sono del tutto spariti, altri si sono trasformati e vengono condotti all’interno di botteghe più o meno importanti.

Alcune attività, quelle artigianali soprattutto, vengono incrementate anche a livello istituzionale per mantenere in vita la tradizione e coinvolgere le nuove generazioni.

Mestieri scomparsi

Non sono più giovanissimo e ricordo ancora nel dopoguerra che le vie dell’immediata periferia di Firenze – quella che ormai è inglobata nella città – non erano ancora asfaltate.

Lungo queste strade si affacciavano, ovviamente, file di abitazioni in cui maturavano necessità spicciole di ogni genere, dall’approvvigionamento alle riparazioni.

I negozi, lontano dal centro, non erano tanti e tanto meno esistevano i supermercati.

Anche i trasporti pubblici non brillavano e quindi chi sapeva fare qualcosa di utile o aveva qualcosa da vendere lo faceva andando di porta in porta.

Vi voglio raccontare quelli che ricordo meglio, forse perché colpivano la mia fantasia di bambino.

Da sinistra a destra: l’arrotino, lo stagnino e il pescivendolo

Il pescivendolo

Non vendeva certo scampi e branzini, ma pesci pescati da lui in Arno.

Era organizzatissimo: che arrivasse a piedi o in biciletta, i pesci erano tenuti vivi in acqua dentro a delle zucche svuotate.

Il suo grido era “d’Arno viviiii” e le massaie uscivano munite di ciotole in cui l’ambulante metteva la mercanzia…più freschi di così!

Lo stagnino

Il consumismo di oggigiorno ci porta a gettare via quello che si rompe o anche che si danneggia lievemente.

L’economia gira in modo tale che è più conveniente comprare nuovo che insistere ad utilizzare il vecchio.

Nel dopoguerra non era certo così.

Le pentole erano spesso tramandate dai genitori o tutt’al più costituivano un regalo di nozze e dovevano durare una vita.

Per questo girava per il borgo lo stagnino, quasi un artista che con i suoi ferri – e non aveva certo il saldatore ad arco – riparava manici, piccole ammaccature e perfino piccole perforazioni.

L’ombrellaio

L’ombrellaio

Se ho definito “quasi un artista” lo stagnino, potrei definire “quasi un ingegnere” l’ombrellaio.

Viaggiava con un bagaglio abbastanza cospicuo fatto di stecche, manici e pezzi di stoffa cerata nera.

Qualcuno rivendeva anche gli ombrelli usati che aveva ricondizionato.

Dovete considerare che l’ombrello era anche un attrezzo di lavoro.

Infatti, per esempio, il pastore che doveva sorvegliare il gregge al pascolo sotto la pioggia aveva bisogno di un riparo che fosse comodo, ampio ed affidabile.

L’arrotino

Oggi se dovete affilare un coltello o delle forbici, entrate in una coltelleria e dopo dieci minuti uscite col vostro attrezzo affilato.

Una volta passava a giorni stabiliti un ometto in bicicletta, la metteva sul cavalletto e scollegava la catena dalla ruota posteriore.

Poi collegava la moltiplica con un ingranaggio che azionava la mola e si metteva a pedalare per arrotare – ovvero affilare – le lame che gli venivano consegnate.

Altri mestieri

Oggi i materassi si comprano su internet e sono fatti di roba strana: gomme, schiume sintetiche e quant’altro.

Una volta erano in pratica dei sacchi – ed era già tanto che fossero squadrati e confezionati con cuciture – riempiti di lana di pecora.

La “lupa” carda la lana di un vecchio materasso

Alla lunga la lana si compattava ed il materasso perdeva la sua efficienza.

Il materassaio veniva a casa, toglieva la lana da dentro e la passava manciata dopo manciata nella “lupa”.

Era questo un marchingegno con cui si cardava la lana rendendola di nuovo soffice e voluminosa.

Poi riconfezionava il materasso e ci si dormiva sopra per altri mesi.

Ma tanti altri mestieri erano per le strade dei paesini: il cenciaio, lo scalpellino, il barrocciaio e così via.

Tempi andati…con un po’ di nostalgia, se vogliamo.

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