Mugello: fucina di leggende e curiosità

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Nell’antichità e nell’alto medioevo il Mugello coi Passi della Futa e della Raticosa fu passaggio obbligato per andare dalla Toscana alla Romagna.

Solo a partire dal XIV secolo fu anche agibile il Passo del Giogo.

Erano comunque itinerari tracciati attraverso aree boschive e pressoché spopolate, fatta eccezione per qualche raro e isolato borgo o castello.

Ovviamente, visti gli interessi che legavano le due Regioni, il Mugello aveva anche un valore strategico non indifferente.

Per questo oggi è una terra ricca di storia, punteggiata da borghi, ville medicee e castelli e soprattutto una terra che presenta un ambiente naturale eccezionale.

La Villa Medicea di Cafaggiolo

Mugello oggi

Molto spesso ai giorni nostri è facile che si conosca il Mugello per i suoi panorami, ma anche per le curve della strada che lo percorre – la ex Strada Statale 65 della Futa – che hanno visto scatenarsi ciclisti, motociclisti e automobilisti in gare ormai storiche a cui solo i più anziani hanno assistito.

Fino a che l’apertura dell’Autostrada del Sole prima e del Circuito Automobilistico poi, hanno tolto queste velleità e, dobbiamo dire, ridotto il numero di incidenti gravi.

Oggi è comunque una bella girata da fare anche per le tante invitanti soste a carattere enogastronomico che sono possibili lungo il percorso.

Ma cerchiamo di immaginare questa “girata” fatta ai tempi del medioevo e capiremo anche come sono nate certe storie da brivido.

Le leggende

Oggi vi voglio parlare di tre leggende e vedrete che, come sempre, non si capirà dove sta il confine fra realtà e fantasia popolare.

Vi parlerò dei Fuochi di Pietramala, del Sasso di San Zanobi e della storia dell’Osteria Bruciata.

I Fuochi di Pietramala

Il vulcanetto di Monte Busca

Si racconta che i viandanti in cammino da Firenze a Bologna, arrivavano sul far della sera nei pressi del Passo della Raticosa e scorgevano tra i campi quelli che sembravano essere dei fuochi di bivacco.

Incuriositi e speranzosi di trovare accoglienza e rifugio, abbandonavano la strada e si inoltravano verso quelle luci.

Lì giunti, però, trovavano solo un grande fuoco che scaturiva dalla terra come una fiamma infernale.

Non per nulla gli abitanti del vicino villaggio di Pietramala chiamavano il posto “Bocca d’Inferno”.
Si dice che i viandanti a quel punto cercavano di tornare sul loro percorso ma col buio finivano nei precipizi o annegavano nei fossi.

E si dice anche che persino il grande Alessandro Volta andò una volta a Pietramala per studiare questo fenomeno.

Stabilì che a bruciare erano sostanze oleose e gassose, emissioni di gas naturale dovute a piccoli giacimenti intrappolati negli strati geologici dell’Appennino.

Ora, a causa di scavi fatti per vari motivi, questo fenomeno non c’è più, ma poco più lontano, in territorio romagnolo se ne trova ancora uno ed è conosciuto come il vulcanetto di Monte Busca.

Il Sasso di San Zanobi

Il Sasso di San Zanobi

C’è uno sperone di roccia che si erge scuro, isolato ed appuntito, assolutamente diverso dalle arenarie chiare dei dintorni.

Come è finito lì?

Si racconta che il Diavolo si fosse un giorno stancato della continua attività di San Zanobi che allontanava da lui tante anime.

Così arrivò a proporre al santo una prova impossibile, con l’intesa che chi l’avesse vinta avrebbe avuto tutte le anime dei montanari.

La prova era questa: dal fondo valle bisognava portare dei massi enormi, giganteschi, su fino in cima al crinale.
Il Diavolo partì con un gran macigno, ma San Zanobi, che aveva dalla sua l’aiuto di Dio, andava più veloce e con un masso assai più grosso tenuto solo col dito mignolo.

Quando il Santo sorpassò Lucifero, questi per non cadere dovette gettare il suo sasso che si frantumò in tanti pezzi e il Sasso della Mantesca si dice che sia uno di questi.

San Zanobi, invece, arrivò sulla cima e posò tranquillamente il masso che ora si chiama il Sasso di San Zanobi.

La scienza ci insegna che questa roccia è una Ofiolite: con i movimenti tettonici, alcuni lembi del fondale lavico di un oceano preistorico si sono sollevati tra le sabbie marine.
Le sabbie sono diventate le arenarie di queste montagne, i lembi di fondale restano come Ofioliti.

La storia dell’Osteria Bruciata

Un tratto della Via degli Dei

Questa è un po’ truculenta.

Nell’antichità viaggiare non era sempre una cosa tranquilla.

I viandanti più di chiunque altro erano facilmente a rischio di aggressione.
Erano lontani da casa, non potevano comunicare a familiari e amici dove fossero ed era praticamente impossibile denunciarne la scomparsa.

Di conseguenza, boschi e montagne erano infestati da banditi e tagliagole e ogni rapina finiva regolarmente con l’eliminazione di tutti i testimoni.

Trovare quindi inaspettatamente una locanda sul proprio cammino, era fonte di gioia, sollievo e gratitudine per la buona sorte.
Pensavano che per quel giorno il viaggio finiva bene, e invece a volte era proprio all’osteria che scattava la trappola.

Si racconta che lungo l’antica strada che congiungeva il Mugello alla Pianura Padana – quella che oggi è chiamata la Via degli Dei – vi fosse un’osteria che aveva una trista fama.

I viandanti che vi trovavo rifugio nottetempo venivano uccisi e cucinati per gli avventori del giorno seguente.
In questo modo la dispensa della “struttura alberghiera” non era mai vuota.

Un giorno un viandante riuscì a fuggire dall’osteria e corse a denunciare gli albergatori assassini.
A quei tempi la giustizia era spesso sommaria e non meno violenta dei criminali che perseguiva: l’osteria fu bruciata e demolita pietra su pietra e i gestori subirono una sorte adeguata ai loro misfatti.

Si ritiene che questa leggenda sia molto antica.
Infatti, già in una mappa della zona risalente al ‘500 i ruderi erano indicati come “ospedaletto rovinato”.
E le guide di quel periodo riferiscono che l’albergo era stato incendiato e distrutto perché sede di delinquenti non meglio specificati.

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