Riforma agraria in Toscana

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La riforma agraria che avvenne in Italia negli anni ’50 del secolo scorso seguì alle opere di bonifica del periodo fascista e pre-fascista.

Determinò il più significativo cambiamento degli ultimi due secoli per quanto riguarda il paesaggio, le condizioni ambientali e le strutture sociali.

Il turista medio gode oggi degli scenari che la Maremma offre su larga scala, senza rendersi conto di questo e quindi forse è meglio rispolverare un po’ il passato per apprezzare meglio questa stupenda regione.

Il primo passo

Come certo saprete, parlando della Maremma toscana si identifica una vasta area che parte a nord dal torrente Fine nei pressi di Rosignano Marittimo.

A sud arriva ai confini con il Lazio lungo il torrente Chiarone mentre a ovest si affaccia sia sul Mar Ligure che sul Tirreno.

Nell’entroterra arriva fino alle Colline Metallifere ed al Monte Amiata.

Prima della riforma in queste terre, troppo spesso invase dalla malaria, si poteva vagare per chilometri e chilometri incontrando solo qualche intrepido cacciatore, greggi con i pastori e qualche rara famiglia di braccianti che avevano trovato qualche occasionale lavoro da fare.

Nell’immediato dopoguerra nelle campagne dominavano ancora latifondo cerealicolo e pastorizia transumante in condizioni di arretratezza e di miseria.

La percentuale dei coltivatori puri era molto bassa e a questo si aggiungeva la scarsa densità dei fabbricati rurali e della superficie irrigua.

Inoltre, l’allevamento del bestiame era di tipo estensivo e il grado di meccanizzazione era tra i più bassi della penisola.

Una tipica scena maremmana

Come operò la riforma

Per prima cosa, si procedette all’esproprio nei confronti dei proprietari latifondisti.

Ne seguirono parecchie azioni legali perché gli interessati non erano molto d’accordo su questa manovra, come era prevedibile.

Una volta normalizzata la situazione si iniziò l’opera di assegnazione.

Questa fu eseguita su tre passaggi: per primi si realizzarono i piani di colonizzazione, individuando le famiglie che avevano i titoli richiesti.

Successivamente si definirono i piani di trasformazione fondiaria che stabilirono le opere aziendali e interaziendali necessarie oltre ai servizi civili da predisporre.

Infine, si stabilirono i cosiddetti piani di appoderamento che provvedevano a delimitare le nuove unità di produzione, la rete viaria, e tanto altro.

Il secondo step

Così facendo in Toscana si costituirono quasi 4700 nuovi poderi.

Questi erano pensati come unità organiche, economicamente autosufficienti, in cui, oltre alla forza lavoro della famiglia, era prevista un’abitazione e una stalla.

Si attuò la riforma costruendo nuove unità abitative dove era necessario, seguendo la strada dell’insediamento sparso ma con un’attenzione particolare ad evitare troppa dispersione sul territorio.

Ciò fu studiato sia per favorire un minimo di socializzazione sia, nel contempo, per evitare di dover costruire troppe infrastrutture come strade, acquedotti e altri servizi collettivi come scuole, ambulatori e altro.

Olivi in Maremma

Last but not least, la riforma in pratica impose la cooperazione fra gli assegnatari.

Questo avvenne in primis sul fronte dell’acquisizione dei mezzi tecnici necessari.

Ma si intese anche favorire la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli e zootecnici ottenuti dalle coltivazioni e dagli allevamenti.

Come si concluse la riforma

L’opera di riforma si concluse ufficialmente in tutta Italia nel 1965.

A quella data agli Enti di Riforma subentrano, per legge nazionale, gli Enti di Sviluppo agricolo.

A questi vennero assegnati nuovi compiti legati, appunto, allo sviluppo delle aree rurali.

E a partire da questa data, inizia un nuovo capitolo che porterà, con la creazione delle Regioni, ad interventi differenziati a seconda delle diverse aree territoriali del Paese.

E da tutto ciò nacque la Maremma che tanto amiamo e ammiriamo oggi.

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