Robin Hood in Chiantishire

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Tutti conosciamo la figura di Robin Hood, l’eroe popolare tanto amato dagli anglosassoni e non solo.

Personaggio a metà fra realtà e leggenda, rubava ai ricchi per dare ai poveri.

E se gli anglosassoni amanti della Toscana, l’hanno voluta ribattezzare “Chiantishire”, forse è anche perché ci si sentono un po’ come a casa.

Infatti, anche noi abbiamo la spada nella roccia a San Galgano, o una piccola Stonehenge nelle Crete Senesi con il Site Transitoire.

E abbiamo anche un nostro Robin Hood.

Vediamo chi era costui.

Ghino di Tacco, il Robin Hood della Val d’Orcia

Diciamo subito che il nostro è un personaggio storico ben accertato.

Di Ghino di Tacco si sa tutto: “vita, morte e miracoli”, come si usa dire in Toscana.

Di nobile famiglia senese, nacque nella seconda metà del ‘200.

La madre era una Tolomei, il padre il conte ghibellino Tacco di Ugolino dei Cacciaconti, signore del castello-fattoria de La Fratta, nella Valdichiana senese.

Con la scusa di insidiare gli avversari guelfi, Tacco col fratello Ghino assieme ai due figli Ghino e Turino componevano la Banda dei Quattro, dedita a ruberie e scorrerie varie nei dintorni.

Appartenendo alla nobiltà, i senesi chiusero un occhio fino a quando non ci scappò il morto durante l’occupazione e il successivo incendio del castello di Torrita di Siena.

Il padre e lo zio furono decapitati in Piazza del Campo a seguito della sentenza di Benincasa da Laterina nel 1286.

Il giudice graziò i due ragazzi in virtù della loro minore età e per due o tre anni le cronache non ebbero ad occuparsi di loro.

La Rocca di Radicofani, sul cucuzzolo che domina la Via Francigena

Radicofani

Siamo nel 1290 e Ghino Jr. si decide a riprendere l’attività remunerativa gestita dal padre e dall’omonimo zio.

Per una rapina a San Quirico d’Orcia si vede comminare un’ammenda di 1000 soldi.

Poi cerca di occupare addirittura un castello della Repubblica senese vicino a Sinalunga.

Questo è decisamente troppo e i senesi lo bandiscono a vita dal loro territorio.

E qui hanno inizio le epiche gesta del nostro Robin Hood, che si impossessa della fortezza di Radicofani, ritenuta addirittura impenetrabile.

Questa posizione era altamente strategica: il territorio era nella Repubblica di Siena, ma era gestito dallo Stato Pontificio.

Inoltre, era su un cucuzzolo che dominava la più importante via di comunicazione dell’epoca: la via Francigena.

Su questa arteria ci passava tutto quanto poteva essere rilevante fra il Nord-Europa e Roma e forniva quindi ampio e ricco materiale per l’attività “imprenditoriale” di Ghino di Tacco.

Questi tendeva imboscate ai passanti, pellegrini, mercanti o studenti che fossero.

Quindi si accertava a quanto ammontassero le loro possibilità e successivamente non li derubava mai del tutto.

Non solo lasciava loro di che sopravvivere, ma li invitava anche ad un lauto banchetto prima di rimandarli per la loro strada.

Per questo motivo era considerato un ladro gentiluomo.

La vendetta

Forte di questa fama, saputo che Benincasa da Laterina – il magistrato che aveva mandato il padre e lo zio sul patibolo – era diventato un giudice di alto rango nello Stato Pontificio, non esitò ad organizzare un blitz a Roma.

A capo di un manipolo di quattrocento uomini d’arme entrò nel Tribunale del Campidoglio, decapitò Benincasa e se ne tornò a Radicofani con la sua testa su una picca.

La Rocca domina il paese di Radicofani

E tenne esposto a lungo questo trofeo sul torrione di Radicofani.

Questa azione cavalleresca impressionò addirittura un tipo non facile come Dante Alighieri, che nomina Ghino di Tacco nei versi 13 e 14 del VI canto del Purgatorio nella sua Divina Commedia.

Toltosi questo peso dallo stomaco per aver pareggiato i suoi personalissimi conti, il nostro Robin Hood riprese la sua attività usuale di imprenditorie delle scorribande in Val d’Orcia.

E lo fece sempre facendo attenzione ad alimentare l’alone di guerriero fiero ed imbattibile, ma soprattutto gentiluomo.

Un episodio curioso

Ovviamente, al Papa Bonifacio VIII non era piaciuta affatto l’incursione al Tribunale in Campidoglio.

Ma di lì a poco accadde un fatto curioso, che ci viene raccontato addirittura dal Boccaccio nel suo Decamerone.

Il Boccaccio, che lo definisce un brigante buono, è un altro illustre estimatore di Ghino di Tacco assieme a Dante Alighieri e a Benvenuto da Imola.

Accadde, dunque, che il ricco Abate di Cluny di ritorno in Francia dopo aver reso omaggio al Papa, passò per la Francigena.

Aveva in programma una lunga sosta a San Casciano dei Bagni per curarsi stomaco e fegato disastrati dai bagordi romani.

Ci pensò invece Ghino che lo catturò senza fargli nemmeno un graffio e, anzi, lo sottopose ad una dieta salutare.

Rinchiuso nella torre di Radicofani, lo sfamò dandogli per i primi tre giorni solo acqua e fave, poi aggiungendo anche un po’ di pane abbrustolito e un bicchiere di Vernaccia di Corniglia.

Alla fine, il prelato si sentì rinato e si vide chiedere solamente la somma che avrebbe speso per il suo previsto soggiorno termale.

Gratificato dal trattamento, l’Abate intercedé presso il Papa, promuovendo, contemporaneamente, presso tutto il clero la terapia di Radicofani.

La chiesa romanica di San Pietro a Radicofani

E il Papa non solo perdonò Ghino, ma lo nominò Cavaliere di San Giovanni e Frière dell’Ospedale di Santo Spirito.

Ciò lo rese gradito persino a Siena e grazie a questo e all’amicizia che si era creata con le alte sfere del clero, non ebbe più bisogno di dedicarsi ad azioni di brigantaggio.

Ma una vita di violenze non poteva finire se non con violenza.

Sembra che Ghino di Tacco sia morto per un fendente ricevuto tentando di sedare una rissa fra soldati e contadini scoppiata nei pressi dell’attuale Sinalunga.

Un altro Robin Hood

Da un punto di vista popolare, figure di questo genere conquistano l’immaginazione e generano simpatie imperiture.

Di Ghino di Tacco ci sono ben due grandi statue in Toscana, una a Radicofani e l’altra a Sinalunga.

Ma anche la Maremma ha il suo Robin Hood.

È il bandito Tiburzi che fu un vero brigante a capo di briganti, dedito ad estorsioni, rapimenti, furti ed assassinii.

Aveva, però, un codice d’onore che imponeva rigidamente anche ai suoi affiliati a cui non permetteva che si facesse violenza sulle donne, per esempio, pena una fucilata in testa.

Anche lui rubava solo ai ricchi, e aiutava economicamente e gratuitamente chi aveva bisogno o chi aveva congiunti in galera.

Fu abbattuto dai carabinieri che lo braccavano da tempo ed il rifiuto del parroco a seppellirlo in terra consacrata scatenò quasi una rivolta, tanto era amato dal popolo.

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