Siena e il mistero delle sue acque

Condividi ora!

Siena sorge su tre colline e per questo fuori dall’aria malsana delle pianure.

Però, intorno alla città non ci sono fiumi.

Fin dai tempi antichi il suo problema è stato approvvigionarsi d’acqua necessaria sia per i bisogni dei cittadini che per i mulini e gli opifici.

Siena e il suo fiume sotterraneo…immaginario

Tanto e tale era il bisogno di trovare acqua il più vicino possibile, che, vista l’umidità che trafilava nelle cantine (allora come oggi), gli abitanti cominciarono a vagheggiare di un fiume sotterraneo.

Accadde che più ne parlavano e più se ne convincevano.

Al punto che, sempre nelle zone dove le cantine erano belle umide, c’era qualcuno che diceva di sentir scorrere il fiume sotto il selciato.

Questo specialmente nelle notti calme e senza vento.

È facile che avesse bevuto un bicchiere di troppo ma tant’è che la leggenda prese piede e anzi a questo fiume sotterraneo venne dato anche un nome: Diana.

Un aspetto dei “bottini”

Ma non solo, i frati del convento di San Nicolò del Carmine fecero scavare a loro spese alcuni pozzi.

Finì che trovarono una vena sotterranea che venne chiamata “Pozzo della Diana“… e pensate che eravamo nel 1176! 

Ma il bisogno d’acqua aumentava e così nel 1295 il Consiglio cittadino fece proseguire le ricerche del mitico fiume.

L’unica cosa che ottennero fu di alimentare ulteriormente la leggenda.

In compenso si capì che il terreno della zona è in gran parte tufaceo e quindi la permeabilità stessa della roccia consente di veicolare le varie vene d’acqua della zona.

La rete di cunicoli

Allora scavarono una rete di cunicoli tali che l’acqua piovana o di falda risalente, filtrata e depurata proprio dal tufo, finisse nel “girello”.

Questo era una scanalatura che, avendo una precisa pendenza e direzione, andava a portare l’acqua in gran parte della città per poi sgorgare nelle fonti pubbliche.

Il nome di queste canalizzazioni è “bottini”. Perché? perché la caratteristica delle gallerie di tufo era di avere la volta “a botte”.

Alla fine del 1400 la rete di gallerie raggiunse la massima estensione.

Pensate che ancora oggi sono praticamente integri circa 25 km di percorsi e che il moderno acquedotto nacque solo dopo la prima guerra mondiale.

A Siena un’associazione di volontari tutela i bottini

Ma attenzione, le fonti storiche sono tuttora alimentate dai “bottini”.

Il merito va ad un’associazione di volontari che guarda caso si chiamano “La Diana”.

A partire dalla metà degli anni ’90 si è fatta carico di studiare, valorizzare e tutelare tutto il patrimonio architettonico, ambientale e storico delle Acque di Siena.

Alcune parti dei bottini si possono visitare.

Le scritte lungo i cunicoli identificano le utenze

Sicuramente meritano un’attenta lettura anche le targhe in marmo che agli incroci dei cunicoli indicano le direzioni o la portata e quanto un singolo utente riceveva dal gorello.

Infatti, a partire dall’800 molti utenti privati vollero allacciarsi alla rete idrica comunale con dei pozzi alimentati dalle acque dei bottini.

In pratica in base a quanto pagavano veniva regolata la portata della chiusa che dal gorello alimentava quel pozzo e la portata veniva misurata in “dadi”.

Un dado corrispondeva a 400 lt di acqua nelle 24 ore e veniva erogata tramite un’apertura nella chiusa.

Quindi, i cittadini più benestanti potevano permettersi l’acqua in casa e le targhe indicano chiaramente la direzione della casa, il proprietario e la quantità di dadi che riceveva.

I meno abbienti andavano alle fonti pubbliche.

Chi ci lavorava

Ma chi lavorava alla costruzione dei cunicoli?

Ci si lavorava uno alla volta e in condizioni di scarsissima illuminazione.

Si usavano attrezzi rudimentali e da miniera, alta ingegneria ma soprattutto tanto ingegno per dare la giusta direzione e pendenza.

C’era poi un “indotto”, diremmo oggi, fatto di manovali e di vetturali che portavano i materiali nuovi dentro e quelli di scarico fuori.

C’erano anche gli addetti ai rifornimenti che portavano cibo e bevande a chi vi lavorava.

Lo stipendio di un mastro era il doppio di quello di un manovale che era il doppio di quello di una donna.

La paga comprendeva un pasto con pane, vino, melone e, a volte, carne.

Spesso, dalle colline metallifere arrivavano anche dei minatori detti “guerchi”.

Da cosa derivava questo nomignolo?

Il popolo diceva che erano talmente abituati a stare al buio che se quando venivano fuori c’era il sole rimanevano accecati e quindi “guerci”.

Il buio poi faceva il suo effetto anche sulla psiche degli uomini.

Così si aiutavano con un bel po’ di vino per cui credevano che i bottini fossero abitati da creature fantastiche come il Fuggisole che li avvelenava, anche se più probabilmente si trattava di qualche fuoriuscita di gas naturale.

Poi c’erano dei nanetti, gli “Homicciuoli” che somigliavano agli gnomi.

Si trattava di vecchietti che non infastidivano, anzi tenevano compagnia nel buio di quel lungo lavoro.

L’acqua arriva alle fonti pubbliche

In superficie

E le leggende continuano anche in superficie.

Tanto che nel centro di Siena c’è ancora una strada che si chiama proprio Via della Diana e che il rullo dei tamburi che apre e accompagna la passeggiata storica in occasione del Palio è chiamato il “passo della Diana”.

Così, tra mito e leggenda, i bottini e la Diana sono arrivati fino a noi.

Visita il sito con le nostre proposte viaggio toscana.bluesubmarineviaggi.com

Se cerchi un itinerario su misura, chiedi la nostra consulenza gratuita

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *