Storie fiorentine sull’Arno

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Storie fiorentine sull’Arno ce ne sono state sempre tante, perché fra Firenze e il suo fiume c’è sempre stato un rapporto complesso.

Prima gli Etruschi, che scendevano da Fiesole fino al guado che c’era all’altezza di quello che oggi è il Ponte Vecchio.

Poi i Romani, che lo navigavano dalla foce fino alla confluenza del torrente Affrico a monte della città.

Del resto, è umano: quando non si può fare a meno di una persona, si finisce spesso addirittura per odiarla.

E dobbiamo dire che l’Arno non ha fatto molto per essere amato.

Di esondazioni la storia ne racconta una cifra, per finire a quella drammatica del 1966 che tutto il mondo conosce.

L’Arno e Firenze

Chiariamoci subito: grazie all’Arno e sull’Arno molte persone riuscivano a vivere…e non parlo di semplice pesca di anguille, lucci, barbi, ecc.

Il fiume alimentava mulini e gualchiere, tanto per dirne una, e soprattutto permetteva lo sviluppo di traffici e commerci.

Quando Firenze allargò la cerchia delle mura, i quartieri di Oltrarno dove si stabilirono tutte le attività artigianali utilissime per la città dovettero essere collegati con dei ponti.

Ma al di fuori del perimetro della città, come si collegavano le due sponde?

Con delle imbarcazioni, naturalmente, dando vita così ad un’altra attività remunerativa sul fiume: quella dei traghettatori.

Storie fiorentine sull’Arno, storie abbastanza recenti

Questa era la “nave” con cui si traghettava da una sponda all’altra

E non crediate che parlando di traghetti il mio discorso intenda risalire al Medioevo o al Rinascimento!

L’importanza della “nave” – così veniva chiamata la chiatta che trasportava merci e persone da una sponda all’altra del fiume tirandosi su un “canapo” – è stata notevole fino al secolo scorso.

Io stesso ricordo di averle viste in funzione fino agli anni attorno al 1960 e oltre.

Anzi, posso dire di discendere da una famiglia di “navalestri” che avevano impiantato una vera e propria impresa a tutto campo poco a valle dell’Indiano alle Cascine.

Oltretutto quella era una zona in cui lavoravano tanti “renaioli”, ovvero quelli che tiravano su la rena dal letto dell’Arno e la portavano a setacciare per la vendita a muratori, costruttori e altri.

Ebbene Nanni, il nonno del mio nonno materno, faceva il traghettatore con la sua “Nave all’Indiano” e in famiglia si faceva anche i pescatori.

Allora l’acqua era pulita ed il pescato era mangiabile, comunque aveva costruito delle vasche in cui teneva il pesce a spurgare.

Un’idea felice

I renaioli sull’Arno

L’ingegnoso avo fiutò l’affare e cominciò a fare un po’ da trattoria molto alla buona per i renaioli che mangiavano soprattutto pane e fagioli annegati con una discreta quantità di vino.

Allora in campagna era normale avere a spasso attorno a casa polli, oche e altri animali da cortile.

Per farla breve, col tempo i clienti aumentarono: oltre ai renaioli si fermavano per un boccone anche i clienti che traghettavano e qualcuno comprava qualcosa da portare a casa per mangiare in famiglia.

Alla lunga si sparse la voce e di sabato e domenica tanti “signori”, soprattutto della comunità inglese tanto presente da sempre a Firenze, facevano la passeggiata alle Cascine e si allungavano oltre l’Indiano.

Venivano a mangiare quelle cose genuine – a “chilometro zero”, diremmo oggi – che la “Sora Zelmira” (la madre di mio nonno) cucinava in modo semplice e prelibato.

Si iniziò a differenziare i menù: in giorni lavorativi si proponevano fagioli, pane, colli di pollo, zuppe con interiora, ecc. oltre a pesci di poco valore.

Il “Cibreo“, fatto con fegatini, zampe, creste ed altre parti meno nobili del pollo

Per i più esigenti e spendaccioni c’era sempre un buon piatto di cibreo, fatto con rigaglie di pollo e oggi piatto da gourmet (come era anche originariamente nel Rinascimento, del resto).

Nel fine settimana si facevano pasta al sugo di papero, polli alla brace, conigli arrosto, lucci e – mi dicevano – lamprede.

Storie fiorentine: come finisce questa

Dunque, viva l’Arno?

Non proprio.

L’alluvione del 1966 spazzò via tutto.

Il Comune di Firenze costruì all’altezza delle Cascine una passerella in cemento.

Non rinnovò le licenze ai miei parenti che ancora vivevano sul fiume e li sistemò con dei posti presso l’Amministrazione Pubblica come bidelli, uscieri e incarichi similari.

Tutto sommato l’ultima generazione di navalestri della mia famiglia era rimasta scioccata dall’alluvione.

Nessuno di loro aveva più voglia di fare un lavoro sempre meno redditizio, così duro, che non conosceva pause ed era soggetto a tanti rischi.

Meglio era un lavoro di qualche ora al giorno, con pause e giorni liberi, stipendio sicuro, ferie e pensione in vista.

E fu così che finì un’epoca storica.

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